Sitcom di Francois Ozon: voto 7

1998

Il sipario rosso si apre su una commedia che ha tutti i toni del bon-ton da soap opera di fine secolo.
La famiglia perfetta che vive in una casa perfetta, dai colori vivaci e dai mobili costosi. I genitori innamorati, il figlio studioso, la figlia fidanzata, la domestica straniera. Quadretto idilliaco quanto stucchevole, nel quale viene inserito un elemento “di disturbo”. Un topolino bianco che divide fra tenerezza e ribrezzo. E’ l’inizio di una serie di sconvolgimenti che spogliano i personaggi della loro retorica piccolo-borghese.
Impossibile definire commedia questo esperimento noir, di uno dei più interessanti registi francesi del panorama cinematografico. Anche se ogni evento viene raccontato con un sorrisetto pungente e dissacrante. Una critica feroce alla società del benessere; uno schiaffo all’ipocrisia da maglioncino di cachemere.
La chiave è il topolino, come la moglie ammonisce al marito, rimasto da solo in casa, con incubi da serial-killer. Chiunque vi entri in contatto, è come se aprisse gli occhi sulla sua umana natura, ed iniziasse ad agire di conseguenza. Si innescano meccanismi di causa-effetto, repentini ed eclatanti, indispensabili per scuotere una realtà assopita sotto la patina di falsità. Nicholas, accarezza per primo il topo, e confessa la sua omosessualità. Poi Abdu, che si concede a lui, dopo esser stato morso dal ratto. Poi Sophie, che tenta il suicidio, e via via tutti gli altri, in una vertigine di liberismo totale, in cui l’incesto può diventare la cura e il sadismo, l’amore.
Persone sole che scoprono nuovi canali di comunicazione, in una famiglia dove la madre si tappa le orecchie, e il padre si benda gli occhi.
Ognuno grida ciò che ha da dire, ed inizia una nuova spaventosa vita di eccessi, unico vettore per prendere realmente coscienza del proprio essere.
La madre in tailleurino che saluta caramente lo sconosciuto garcon smutandato nella sua cucina, il figlio gay che parla di shopping alla sorella paraplegica col cappio al collo; scene grottesche che parlano di indifferenza e ipocrisia manifeste. Ma anche di come, una volta accettata la propria natura, chiunque possa diventare libero. Il topo rappresenta la presa di coscienza di sé; spaventa chi ha paura di lasciarsi andare, e attrae chi cerca la forza per farlo. Esso stesso è grazioso, morbido e pulito; non ha niente dell’infima bestia che si nutre di escrementi. ad eccezione di quegli occhi rossi che, in soggettiva, scrutano dalla gabbia le sue  “prede”. Colpisce, seduce e stravolge chi è pronto a ricevere il suo battesimo, e punisce con una morte orrenda chi cerca di distruggerlo. Il padre che ,anziché lasciarsi domare, decide di farne la sua cena, viene inevitabilmente schiacciato.
Il pasto è una cannibalizzazione; lui, bestia insensibile, totalmente asservito all’ipocrisia, cerca di mangiare, e così acquisire, dominandola, l’altra bestia, materiale e metaforica: l’istinto.  La scena conclusiva, del funerale, è la stoccata decisiva, al comune senso del pudore; i protagonisti sfilano in coppia, radunandosi sulla tomba del caro estinto e, dopo un attimo di silenzio esclamano soddisfatti:”L’abbiamo ucciso!”. E la vita continua.

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