I miti dell’alta fedeltà ai tempi del digitale – cose che ho imparato diventando (quasi) un audiofilo

da outtakes di gianni sibbilla

Chi si lamenta del fatto che si discuta troppo di musica dovrebbe finire in un forum di audiofili e subire una cura Ludovico Van leggendosi 500 e passa post su pro e contro di cavi per le casse.

E’ un mondo per certi versi incredibile, quello degli audiofili e dei miti dell’alta fedeltà ai tempi della musica digitale. Fatevi un giro su Head-Fi, per farvene un’idea- Il Pono di Neil Young (ne ho scritto su Wired, qui), di cui si è parlato parecchio nei giorni scorsi, è solo la punta dell’iceberg.

Io sono cresciuto in mezzo ai discorsi sull’alta fedeltà – mio padre era un  appassionato di hi-fi, in casa accumulavamo riviste  del settore (erano le lettura perfetta “da bagno”, tra le altre cose) (questo voleva dire qualcosa, ma al tempo non mi era chiaro).

Tra i primi investimenti della mia adolescenza con i soldini messi da parte ricordo  un amplificatore Marantz (ha lo stesso colore dell’iPhone 5s oro, ma allora lo si definiva “champagne”) e un paio di casse Genesis con i woofer color verde pistacchio: pagati entrambi relativamente poco, mi hanno regalato buona musica per 15 anni, me li sono portati a Milano appena ho potuto.

Poi, 10 anni fa, sono stato conquistato dall’euforia del digitale e di tutte le comodità che comporta. Portabilità estrema, reperibilità immediata. E ho messo l’hi-fi nel dimenticatoio.

Finché qualche settimana fa ho letto questo post di Marco Arment, lo sviluppatore di Instapaper, e mi sono convinto a comprare un DAC – un piccolo aggeggio esterno al computer. E’ una sorta di scheda audio/amplificatore che hanno tutti i lettori MP3, solo che quelli esterni sono molto meglio, prendono direttamente gli 0 e gli 1 e li trasformano in suoni analogici (DAC sta per “Digital to Analog Converter”) con precisione e fedeltà molto, molto maggiori ai componenti audio di serie. Una sorta di piccolo Marantz per computer e telefonino, insomma.

Mi si è aperto un mondo – sonoro. Riascoltavo dischi che conoscevo a memoria – ma che avevo ascoltato sempre e solo in digitale – e mi dicevo “ma davvero lì c’è quella chitarra?”. Cose così. Ma ho anche capito che l’alta fedeltà è un mito irraggiungibile, spesso inutile, per come ascoltiamo la musica oggi.

In sostanza, smanettando tra Dac, cuffie, file FLAC ed MP3 ho capito che :

  • Un disco inciso male suonerà malissimo anche con le migliori cuffie e con tutti i gadget migliori del mondo.
  • Un esempio: “Accellerate” dei R.E.M.: un disco che amo, loro che volevano dimostrare di essere tornati al rock costruendo un muro e hanno inciso un disco ipercompresso. Mi fa prudere le mani, in certi momenti.
  • La vera tragedia sonora di questi tempi non è la bassa qualità degli MP3, ma la tendenza dei musicisti a incidere alzando i volumi, comprimendo tutto, per compensare la bassa qualità degli Mp3. La cosiddetta “Loudness war” – già ne conoscevo gli effetti, ma con buone cuffie e un DAC, i dischi ipercompressi suonano ancora peggio.
  • La differenza tra un file ad alta definizione e un MP3 si sente, eccome. Ma non è così drammatica come sostiene Neil Young, che dice che un Mp3 contiene solo il 5% dei suoni incisi. Sono sfumature, di cui la maggior parte della gente può tranquillamente fare a meno.
  • Ho fatto un paio di prove: ho ascoltato il mio disco preferito di sempre, il “Koln Concert” di Keith Jarrett, e “Monster” dei R.E.M., in MP3 e in altissima qualità (Flac a 96kmhz /24bit). Il piano di Jarrett, in questa versione, è più rotondo, più profondo. Si sente l’eco dei tasti e della sala dove è stato inciso il concerto.  Il disco dei R.E.M. fa ancora più impressione: nella versione HD, si nota la profondità delle chitarre (e dire che è un disco in Peter Buck usa un sacco di distorsione e di tremolo), la posizione della voce di Stipe, indietro ma chiaramente definita… In entrambi i casi, gli MP3 sono decisamente più secchi, asciutti – ma si sentono comunque bene.
  • Gli album in Flac HD pesano tra 1,5 e 2GB l’uno. Ci vuole un hard disk enorme, per (ri)farsi una discoteca così.
  • La cosa bella di ascoltare musica in alta definizione è che ti allena l’orecchio. Dopo un po’, anche quando ascolti musica in MP3, inizi a notare più dettagli.
  • La cosa brutta di ascoltare musica in alta definizione è che, una volta che hai l’orecchio allenato, diventi più insofferente sui dischi registrati male o troppo compressi, o sul suono troppo ovattato di MP3.
  • Per ascoltare musica in alta fedeltà devi essere fermo e tranquillo. In ufficio, sul divano. Al limite, su un treno. Anche con le cuffie più isolanti del mondo è inutile sperare di sentire musica in alta fedeltà mentre cammini in mezzo al frastuono della città – ovvero come passiamo una sostanziosa parte del nostro tempo ad ascoltare la musica, da che esistono i Walkman.
  • Il Pono di Neil Young non mira agli audiofili (per cui è già tecnologia vecchia) ma al mainstream: un iPod per chiunque vuole provare l’ebrezza dell’alta fedeltà con un costo relativamente contenuto (anche se poi bisogna procurarsi i file ad alta definizione).  Ma sembra brutto, scomodissimo e poco portatile. Avrà pure già raccolto quasi 3 milioni di dollari con Kickstarter, ma motivi di cui sopra mi fanno dubitare del suo successo sul medio-lungo termine.
  • I soldi spesi per le cuffie non sono mai buttati via – è lì che il suono fa davvero la differenza. Ma quei soldi vanno spesi bene, trovando quelle con il suono (e la comodità) giusta.
  • La fregatura è che le cuffie non te le fanno neanche provare, nei negozi. E, in rete, su ogni modello si scrive tutto e il contrario di tutto (scegliete un modello di cuffie e leggetevi i commenti su Amazon di chi le ha comprate, per farvi un’idea).
  • Evitare, sempre, le Beats – a meno che non si voglia un suono fatto tutto di bassi o si ascolti hip-hop. O che si voglia esibire le cuffie come status symbol. (Con la metà dei soldi che si spendono per le Beats si portano a casa cuffie due, tre volte migliori: le Beyerdinamics base, per esempio, o le Grado, o le Senheiser).
  • Dischi sparsi che suonano da Dio con un buon DAC/buone cuffie: l’ultimo Springsteen, “Collapse into now” dei R.E.M. (anche se solo per metà – “Uberlin” è la mia canzone test per cuffie). “Blank Project” di Neheh Cherry (Four Tet ha fatto un lavoro fantastico sui suoni: aperti, profondi). “Atlas” dei Real Estate. “You should be so lucky” di Benmont Tench, i Greatful Dead in generale (con quei suoni spaziosi e spaziali della chitarra di Jerry Garcia), L’ultimo de Le Luci Della Centrale Elettrica. “Fashion nuggets” dei Cake. “Senza pensare all’estate” di Zibba. “Morning phase” di Beck.
  • Dischi che suonano male o malissimo nelle stesse condizioni: “Lightining Bolt” dei Pearl Jam (il disco continua a piacermi, ma il suono di certe canzoni, anche ascoltate in Flac, è opaco). Il nuovo Afghan Whigs (esce ad aprile: notevole, ne scriverò con calma più avanti. Non so se sia la qualità degli MP3 che mi hanno mandato, ma in diversi momenti suona così impastato da essere inascoltabile). “Workbook” di Bob Mould (uno dei miei dischi preferiti ever, ma il suono è davvero indietro in certi passaggi). In generale larga parte del rock contemporaneo, con le chitarre elettriche e la batteria sparate a mille (vedere il video sotto).
  • “Questi sono discorsi scacciaf…” (Il mio amico Dario Spada, l’altra sera, quando in una diretta radiofonica ci siamo persi a parlare di alta fedeltà digitale). (Ha ragione, eccome se ha ragione: alla fine, a parlare di queste cose si fa la figura dei nerd. Se siete arrivati fin qua…).
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