Keith Jarrett a Napoli (recensione che ho scritto per debaser qualche anno fa)

Keith Jarrett: Napoli, San Carlo 18.05.09

Di breisen

Copertina di Keith Jarrett Napoli, San Carlo 18.05.09

Ci sono teatri vicino al mare. Ci sono persone vicino al mare che lo guardano con sguardo fisso, senza un perchè. Ci sono serate dove vorresti tuffarti nelle note, provare a fare due bracciate e vedere se riesci ad andare al largo. Quella sera non la ricordo più. Mi sembra fosse un lunedì, ma non importa il secolo, l’anno, non importa il tempo. Mi hanno ritrovato vagare per i vicoli di Napoli con aria stravolta. Con l’aria di chi aveva il mare dentro agli occhi. Ma io lo sapevo che quello non era il mare…. perchè le emozioni amano nascondersi dietro alle lacrime, non diventano mare.

Nella mia testa ho dei flash… delle voci,dei sussurri, che mi fanno tremare, come fantasmi. Ricordo di un teatro strapieno, di una entrata trionfale tra gli applausi. Lo vedo: è un omino piccolo, o forse era il pianoforte che era più grande di lui. E a un certo punto erano una cosa sola, un magma che emetteva suonivocicolorisilenzipauseechi di dodecafoniabluesmelodie mai udite da noi mortali. Ma io quell’omino lo conosco,l’ho seguito a Venezia, a Milano a Roma. Si, ha un’aria conosciuta….

Me l’avevano detto: “non andare, rischi di perderti, di non ritrovarti più“. Non avevo creduto che sarebbe potuto succedere.

Il primo seme musicale sembra un omaggio a Napoli, si capisce che il rumore della città è stato rinchiuso in uno spartito, ma forse è solo la suggestione a prendere il sopravvento. Poi parte un blues. Poi una melodia. No, non è una melodia, è il mare che sta invadendo il San Carlo. E’ una musica che fa tremare gli animi, che scuote i fantasmi, che sommerge qualunque pensiero. E’ una musica che forse sta cercando di uscire dal teatro per raggiungere il mare. Alla fine del primo set il concerto potrebbe finire, perché è già stato detto tutto.

La perfezione taglia l’aria. Capiamo tutti di essere in una prigione dalla quale non vogliamo più uscire. Il teatro è lontano mille miglia da tutto ciò che è terreno. Quelle melodie non possono che inchiodarci a una notte che nessuno potrà più dimenticare. Come i pazzi, che hanno in testa cose che le persone normali non comprendono, come i pazzi siamo invasi da note che ci faranno soffrire per il resto della vita. Il secondo set riparte in modo turbolento. Quell’omino sta scandagliando il fondale del pianoforte, scuote le parti in legno dentro al piano, come se non gli bastassero i tasti.

Il mare sale, la gente affoga nelle note e rimane in apnea. Gente incravattata si guarda intorno ma non riesce a vedere più il palco, si sente solo una musica celestiale venire da lontano. Me li ricordo gli sguardi in apnea durante i 5 bis: da Billie Holiday a Over the Rainbow, e lo scroscio ininterrotto degli applausi. Ma io c’ero, eravamo tutti sommersi dal mare, quegli applausi erano scherzi di fantasmi spuntati fuori da chissà quale epoca del jazz.

La gente del San Carlo era sotto un incantesimo, credeva di udire e di vedere un concerto, ma in realtà nulla di quello che stava accadendo aveva attinenza con la realtà.

La fine. L’ultima nota di Over the rainbow. Il San Carlo vuoto. Lui che esce dal palco. C’è chi giura che il pubblico del San Carlo si sia incamminato lentamente verso il mare. E negli occhi di tutti scendesse una lacrima. Ma io quella lacrima l’ho vista scivolare su un sorriso, e il mare sembrava incredulo davanti a tanta umanità.

L’ultimo ricordo è un tuffo, in un silenzio irreale. Ma chi mi ha trovato nei vicoli di Napoli con aria stravolta ha capito che venivo da una esperienza troppo forte per un essere umano.

L’ho scritto su un foglio a penna, il senso delle voci che sento nella mia testa: Keith Jarrett. L’ho dovuto fare per tornare alla realtà.

P.s: dedicata ad Enzo, Angelo, Gianluigi. E a Primiballi che non conosco personalmente, ma leggo sempre con massima attenzione.

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Keith jarrett, alla vigilia di Napoli

“Suonare è un atto estre­mo, voglio trascendere le possibilità fi­siche del mio piano, voglio che suoni come una voce umana, come una chi­tarra, come un uccellino. Per questo amo tanto la musica del vostro Ferruc­cio Busoni e soprattutto il secondo con­certo per pianoforte di Béla Bartók: per­ché chiedono al piano più di quanto possa fisicamente dare, quando finisci sei sudato come una bestia. Tento sem­pre di andare oltre. Le note mi arriva­no come un vapore sottile, come vapo­re acqueo. E io cerco di coglierne la for­ma prima che svaniscano nell’aria” (k.jarrett)

Alla vigilia del concerto del Teatro San Carlo di Napoli (18 maggio)

Berlino 12 ottobre – Keith Jarrett, 2009


Fa freddo a Berlino e piove. La  Filarmonica apre le porte e un Dio solo, quello della musica, sa quanto sono emozionato per l’evento.

Suona Mister Keith Jarrett. L’attesa è tanta, ma penso che dopo Napoli  (San Carlo) non possa più aspettarmi emozioni così forti.

Incontro amici che mi dicono che tre sere prima (a Bruxelles) il pubblico è stato pessimo e il concerto ne ha risentito.

A me non preoccupa Jarrett, preoccupa il freddo di Berlino. La domanda spontanea è : quanti colpi di tosse ci saranno stasera?

Mi viene in mente che qualche giorno prima avevo spiegato a un mio amico: “i colpi di tosse sulle note di un pianoforte sono come quando vai al cinema, e quello accanto a te si mette a parlare, coprendo i dialoghi del film”.

Il primo pezzo è una splendida intro su quella che sembra una serata speciale.

L’attacco del  secondo pezzo rasenta la perfezione melodica ma un colpo di tosse prima, e uno squillo di telefonino poi, lo fa interrompere.

Jarrett si blocca, smarrisce la concentrazione, e dice a bassa voce: “forse è il gatto”.  Poi si alza e spiega al microfono che non è facile concentrarsi se il pubblico non rispetta la sua concentrazione (People believe this is easy because I did it a lot of times. It’s not ). Riattacca qualcosa ma si ferma e dice: “No, I dont want to play this!”.

In quel momento la tensione e massima, e mi viene da pensare “è andato a farsi benedire il concerto”.

Jarrett, il mito vivente, è lì che non riesce più a tirare i fili della propria creatività. Solo chi lo conosce bene sa quanto è difficile l’arte dell’improvvisazione in piano solo. Per gli altri rimane un funambolico e isterico genio.

Qualcuno dal pubblio gli urla :” suona come se fossi a casa tua”. E lui si riprende e attacca un ragtime che diverte i presenti, e il concerto riparte. Poi un nuovo colpo di scena. Dal pubblico c’è qualcuno che con la macchina fotografica sta filmando il concerto.

Jarrett si alza e indica la “red light”. Macchina sequestrata come a scuola. Keith sussurra: “è finito il tempo di fare il padre”.

Il concerto prosegue e, in totale, la prima parte si conclude con 5 esecuzioni, e una tensione alle stelle.

La seconda parte si apre con Jarrett che fa intervenire l’accordatore perchè il piano ha un tasto “scordato”.

Ma la seconda parte del concerto di lì a poco evolve in qualcosa di unico.

Parte un blues che vale da solo l’intero viaggio verso Berlino, e altre due improvvisazioni veramente convincenti. Poi i bis:

– My Song

– Sophisticated lady

– Don’t ever leave me

– Improvvisazione Blues

Su My Song, gli occhi lucidi, il pezzo da me preferito, il pezzo che mi condanna a seguirlo ovunque, che mi fa sognare, pensare e sperare che non smetta mai di suonare. My song dal vivo mi fa giurare che non vedrò mai più un concerto di questo magnifico pianista, perchè voglio conservare le emozioni di quel momento.

Esco dalla sala, senza le stesse emozioni di Napoli, ma con la sensazione che era irrinunciabile essere lì in quel momento della mia vita. La Filarmonica si svuota, il Dio della musica è sicuramente passato di qui ad ascoltare qualche nota. Fa freddo a Berlino, e piove.

Keith Jarrett trio, Firenze 13 Luglio 2009

Parto alle 17 e 40 da Roma e mi chiedo cosa mi spinga a vedere l’ennesimo concerto di Jarrett in Trio. L’ultima volta a Roma avevano fatto una prima parte “free” molto discutibile, e un secondo tempo spettacolare. Ma nella mia idea di Jarrett, il Trio risulta a volte meno intenso di un “jarrett in Solo”.

Arrivo al Teatro Comunale giusto in tempo per fare 4 chiacchere con un gruppo di esaltati (sono gli unici a capire la mia tensione) che glorificano Jarrett intorno al mondo. Loro sono stati in Giappone, negli Stati Uniti, Londra, e adesso sono qui. Altro che 12esimo concerto…come me. Loro lo seguono dall’80, hanno visto oltre 100 concerti, erano con me a piangere a Napoli.

Il concerto mi ha colpito molto perchè ha avuto un primo set di 4 pezzi, dei quali i primi 3 da brividi. Io dalla mia comoda poltrona in seconda fila, oltre ad ascoltare la musica, guardavo i gesti, l’intesa, la grandezza che si respirava a un metro dal mio naso.

Il secondo pezzo è stato un autentico capolavoro, con un Jarrett indemoniato che ha datto tanto, forse troppo per sperare che tutto il concerto si mantenesse su quei livelli. A un certo punto Jarrett si è avvicinato al microfono è ha detto:”this is the Art(hell) of Trio“.

Mai frase così banale poteva essere più calzante in quel momento.

Il secondo set è stato più accademico, ma con tre bis nel finale che hanno fatto comprendere di essere davanti a un evento più che unico.

Seguo Jarrett abbastanza ossessivamente negli ultimi anni. L’uno-due Napoli-Firenze per la mia vita musicale, per la mia vita in generale, rappresenta qualcosa di unico.

E’ come un sogno che si realizza: vedere un concerto che, per un insieme di motivi, risulta perfetto (suono, tecnica, pubblico, teatro, contesto musicale).

Dopo l’esibizione mi sono reso conto che su quel palco era passato, per un attimo, il jazz, quello leggendario, che non morirà mai.

Poi una pizza col manager e il tecnico del suono di Jarrett. Ho scherzato sul nome “Emma”, ho scherzato con loro chiedendo se volessero un biglietto per Berlino, e come i bambini impertinenti mi sono fatto fare un autografo.

Erano le 2….alle 5 la sveglia, treno alle 5 e 50. E ora a Roma.

E quelle note ossessive, di chi il jazz l’ha vissuto, l’ha capito, e lo sa interpretare come nessun altro.

Cosa non si fa per il jazz…

Questa sera sono a Firenze, 2009, keith jarrett

Di Keith Jarrett già stella planetaria si ricordano a Firenze due splendidi piano solo. Il primo al Verdi nell´82, condito con uno dei suoi arcinoti siparietti di vulnerabilissimo ipersensibile in cui lasciò il palco per il funesto rumore di un bus in via Ghibellina. Il secondo al Comunale nell´89, dove i due tempi della improvvisazione-composizione istantanea che ha fatto in parte la leggenda del musicista di Allentown, Pennsylvania (1945), finirono nella gloria d´una struggente doppietta, Over The Rainbow e Ol´ Man River, col pubblico in piedi commosso.

Il mare – 18/5/2009 -Napoli- Keith Jarrett

Ci sono teatri vicino al mare. Ci sono persone vicino al mare che lo guardano con sguardo fisso, senza un perchè. Ci sono serate dove vorresti tuffarti nelle note, provare a fare due bracciate e vedere se riesci ad andare al largo. Quella sera non la ricordo più. Mi sembra fosse un lunedì, ma non importa il secolo, l’anno, non importa il tempo. Mi hanno ritrovato vagare per i vicoli di Napoli con aria stravolta. Con l’aria di chi aveva il mare dentro agli occhi. Ma io lo sapevo che quello non era il mare….perchè le emozioni amano nascondersi dietro alle lacrime, non diventano mare.

Nella mia testa ho dei flash…delle voci,dei sussurri, che mi fanno tremare, come fantasmi. Ricordo di un teatro strapieno, di una entrata trionfale tra gli applausi. Lo vedo : è un omino piccolo, o forse era il pianoforte che era più grande di lui. E a un certo punto erano una cosa sola, un magma che emetteva suoni, voci, colori, silenzi, pause, echi di dodecafonia, blues, melodie mai udite da noi mortali. Ma io quell’omino lo conosco,l’ho seguito a Venezia, a Milano a Roma. Si ha un’aria conosciuta….
Me l’avevano detto: “non andare, rischi di perderti, di non ritrovarti più”. Non avevo creduto che sarebbe potuto succedere.
Il primo seme musicale è un omaggio a Napoli, si capisce che il rumore della città è stato rinchiuso in uno spartito, ma forse è solo la suggestione a prendere il sopravvento. Poi parte un blues. Poi una melodia. No, non è una melodia, è il mare che sta invadendo il San Carlo. E’ una musica che fa tremare gli animi, che scuote i fantasmi, che sommerge qualunque pensiero. E’ una musica che forse sta cercando di uscire dal teatro per raggiungere il mare. Alla fine del primo set il concerto potrebbe finire, perché è già stato detto tutto.
La perfezione taglia l’aria. Capiamo tutti di essere in una prigione dalla quale non vogliamo più uscire. Il teatro è lontano mille miglia da tutto ciò che è terreno. Quelle melodie non possono che inchiodarci a una notte che nessuno potrà più dimenticare. Come i pazzi, che hanno in testa cose che le persone normali non comprendono, come i pazzi siamo invasi da note che ci faranno soffrire per il resto della vita. Il secondo set riparte in modo turbolento. Quell’omino sta scandagliando il fondale del pianoforte, scuote le parti in legno dentro al piano, come se non gli bastassero i tasti.
Il mare sale, la gente affoga nelle note e rimane in apnea. Gente incravattata si guarda intorno ma non riesce a vedere più il palco, si sente solo una musica celestiale venire da lontano. Me li ricordo gli sguardi in apnea durante i 5 bis: da Billie Holiday a Over the Rainbow, e lo scroscio ininterrotto degli applausi. Ma io c’ero, eravamo tutti sommersi dal mare, quegli applausi erano scherzi di fantasmi spuntati fuori da chissà quale epoca del jazz.
La gente del San Carlo era sotto un incantesimo, credeva di udire e di vedere un concerto, ma in realtà nulla di quello che stava accadendo aveva attinenza con la realtà.
La fine.  L’ultima nota di Over the rainbow. Il San Carlo vuoto. Lui che esce dal palco. C’è chi giura che il pubblico del San Carlo si sia incamminato lentamente verso il mare. E negli occhi di tutti scendesse una lacrima. Ma io quella lacrima l’ho vista scivolare su un sorriso, e il mare sembrava incredulo davanti a tanta umanità.
L’ultimo ricordo è un tuffo, in un silenzio irreale.  Ma chi mi ha trovato nei vicoli di Napoli con aria stravolta ha capito che venivo da una esperienza troppo forte per un essere umano.
L’ho scritto su un foglio a penna, il senso delle voci che sento nella mia testa: Keith Jarrett. L’ho dovuto fare per tornare alla realtà.

Keith Jarrett Napoli dal “Tempo”

….una nota, una sola. Ma lui non può tollerare di averla sbagliata, e ricomincia da capo. Il brano è uno struggente standard sentimentale chiesto in prestito a Billie Holiday: tra le dita di Jarrett, “I’m a fool to want you” rinasce lì come un miracolo generato dal dio della musica, una folgorazione assoluta. A quel punto, dopo due ore di performance, il San Carlo rossiniano non vorrebbe più farlo andar via, e Keith stesso pare, a decifrare la sua ombrosa mimica, felice di essere lì, ispirato, illuminato come non sempre gli accade

…partito a caccia di un “cluster”, di un grappolo di note vagamente free jazz, si è fermato di colpo dopo dieci minuti, come centrato al cuore da una freccia: lì ha attaccato un meditativo che era una ballad perfetta, celestiale, che ti costringeva a chiederti se non stesse imbrogliando, se quella composizione non esistesse già da qualche parte. Niente, lui la stava inventando in quel momento, e così ha continuato, tra furore sensuale e lirismo post-romantico, tra i fantasmi appena vagheggiati di Bach o Duke Ellington. Che di sicuro erano lì ad ascoltare quel suo esorcismo immateriale e travolgente. A un certo punto, travolto dagli applausi dopo una song maestosa, ha chiesto al pubblico di omaggiare non lui, ma quel demone di corde e tasti che nelle sue mani rinnovava il duello tra genio e possessione

Keith Jarrett’s Return To Carnegie Hall

“This concert seemed to surpass many of Jarrett’s previous shows in terms of the audience-performer connection, as Jarrett was pushed by a raucous and energetic crowd to new heights of melodic, harmonic, and virtuosic improvisation.”

Another milestone has been added to the list: Carnegie Hall 2009 will undeniably be remembered as a singular triumph in Keith Jarrett’s career and, as far as Jarrett fans are concerned, quite possibly in music.

http://www.allaboutjazz.com/php/article.php?id=31862

Solo Piano Improvisations

Carnegie Hall

New York, New York

January 29th 2009