Extraterrestre, di Nacho Vigalondo 2011

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Extraterrestre
di Nacho Vigalondo, 2011

Dopo l’esordio cinque anni fa con il sorprendente, geniale Los cronocrímenes, il regista spagnolo Nacho Vigalondo torna finalmente con un’opera seconda che ne riafferma il talento, l’umorismo e l’originalità.Extraterrestre è ambientato in una città evacuata a causa della presenza di un’enorme e misteriosa astronave nel cielo, ma la priorità del film, come quella dei personaggi, è il quadrangolo amoroso che si svolge all’interno delle mura di un appartamento – Julio e Julia, che si sono appena conosciuti e hanno passato la notte insieme; Carlos, il fidanzato di lei che torna all’improvviso; e Ángel, il vicino di casa, da sempre innamorato della ragazza. L’incrocio di desideri e di segreti causerà conseguenze inaspettate.

Vigalondo utilizza la fantascienza come un pretesto per isolare i personaggi, le loro pulsioni e le loro paranoie, realizzando un’eccentrica commedia romantica da camera sul potere della parola giocata su un incastro perfetto di inganni e manipolazioni in cui è coinvolto anche lo spettatore. Caratterizzato da un umorismo spesso sotto le righe ma a tratti esplosivo, al tempo stesso fisico e cerebrale, e da una brillante sceneggiatura in continuo crescendo e tesa come quella di un thriller che fa tesoro di ogni singolo dettaglio e oggetto (le palline da tennis, il vaso di pesche sciroppate), Extraterrestre è semplicemente divertentissimo ma è anche un film estremamente curato, oltre che preciso e ingegnoso da un punto di vista registico nonostante i limiti del budget. Il cast, poi, è favoloso, tenendo conto che due terzi del film si svolgono in un paio di stanze: Michelle Jenner è uno stupefacente e inconsapevole oggetto del desiderio, Julián Villagrán regala la giusta dose di ambiguità al suo personaggio e Carlos Areces (già protagonista di «Balada Triste») è spassoso nel ruolo del dirimpettaio petulante.

Una bellissima conferma.

Il film è stato presentato a Toronto lo scorso settembre ed è uscito in Spagna a marzo. Nessuna traccia del film tra le uscite italiane, per il momento. Però il film precedente di Vigalondo nel frattempo è uscito in dvd anche da noi con il titolo internazionale “Timecrimes“. Consigliato, anzi obbligatorio.

keith jarrett, ANSWER ME, MY LOVE ( di Angelo Ghidotti)

Clamorosa recensione del concerto di Jarrett a Milano…

Keith Jarrett Trio, Milano, Teatro Arcimboldi, 21 luglio 2011 Ero tornato da Juan les Pins piuttosto deluso. Il concerto alla Pinede Gould quest’anno era sembrato – a me e agli amici di sempre – fiacco e impreciso. Stanno invecchiando, ci siamo detti. Non lo seguiremo ancora per molto, ci siamo ripetuti. L’amarezza è stata addolcita solo dal secondo e terzo giro di crepes della serata. Poi, da Napoli due giorni dopo Enzo mi racconta di un San Carlo in estasi. Vuoi vedere che invece. E allora, a Milano ci vado con molti dubbi ma qualche attesa. Anche perché non ho mai messo piede agli Arcimboldi. Alla fine di un pomeriggio inondato di luce attraverso Milano già un po’ in vacanza per atterrare all’Harry’s bar fuori dalla biglietteria, dove l’ultimo tavolino di fuori l’ha appena preso Manfred Eicher con la sua chioma bianca e fluente nonostante i quasi settanta’anni. E’ un po’ straniante un teatro così europeo nel borgo di Greco, mi sembra di essere all’Auditori di Barcellona o alla Philarmonie di Berlino. Molto bello, fuori e dentro. Sono nella galleria alta, il palco è un po’ lontano, effetto terzo anello di San Siro, ma si sente benissimo. Jarrett – camicia rossa rossa – Gary e Jack entrano alle nove e un quarto. La sala non è proprio piena. Attacca con una bella versione di All of you. Bene, sembra tonico, ci diciamo. Poi, Summertime, che aveva già fatto a Juan, ma con tutt’altro piglio. Ehi, sembra serata. Continua con Stars fell in Alabama – pezzo con non riconosco mai se non mi aiuta Giangi -, poi un pezzo blues che non identifichiamo, e finisce il primo set con I’gonna laugh you right out of my life. Applausi convinti. La solita batteria un po’ invadente di De Johnette e il basso di Peacock che ormai è un po’ evanescente – ma Jarrett è in forma. Energico, scattante, suona in piedi e si contorce come ai bei tempi, piazza delle scale a velocità stellare e poi fa cantare il piano. E’ un piacere aspettare il secondo tempo, stasera. Anche perché poi riesco a infilarmi in platea, quinta o sesta fila, dove Enzo mi segnala qualche posto libero. Si riparte con una interlocutoria Life is just a bowl of cherries, giusto per mescolare le carte. Seguita poi da una meravigliosa, emozionante Answer me my love, suonata con una delicatezza e ricchezza di sfumature e un tocco sublime che mi commuovono. E infatti, alla fine del pezzo l’applauso non finisce più. Segue Solar, con un lungo assolo un po’ esitante all’inizio di Jack, e poi una straordinaria versione di When will the blues leave, così diversa da tutto il resto della serata, quasi free nella sua libertà, trascinante e selvaggia. Gary si trasfigura e va in estasi nel corso del pezzo. Difficile riprendersi dopo. Ci vuole qualcosa di un po’ leggero. Tennessee Waltz è perfetta, certo non per quelli che l’hanno sentita cinquanta volte, ma la sala apprezza. I tre vecchietti si alzano, ringraziano il pubblico osannante e escono. Nonostante molti flash, ritornano in scena più volte finche non si risiedono, prima per la classica Things ain’t what they used to be, e una seconda volta. Noi pensiamo che ovviamente faranno la solita chiusura con When I fall in love, ma Jarrett decide di deliziarci con Once upon a time. Puro piacere. La gente si alza in piedi. Applaude, pesta i piedi, urla, fischia. Fotografa. Jarrett non fa una piega. Un ultimo inchino poi si accendono le luci. Sono le undici e venti. Steve appare sul palco, con una barba bianca incolta, ci dice che Jarrett stasera non riceve nessuno perché l’aeroporto sta per chiudere. ‘Please, tell him it has been a wonderful one’. ‘Ok, see you in Spain’. Nei sei concerti di questa tournèe estiva – Copenhagen, Strasburgo, Parigi, Juan, Napoli, Milano – ha suonato pezzi sempre diferenti. La sua memoria musicale è mostruosa. Vedo facce sorridenti, sorprese, ‘ma che bello!’ qualcuno dei neofiti mi dice ‘ma di solito non fa lo stronzo?’, Enzo è raggiante come me, amici arrivano per dire la loro soddisfazione, ‘ è la prima volta che lo sento, sono strabiliato!’, Giangi fa come al solito il purista – ‘se non avesse fatto quella versione di When will the blues sarebbe stato un concerto inutile, vuoi mettere i concerti degli anni ’80, per esempio Den Haag dell’86…’. Lo perdoniamo. Ha sentito 120 concerti di Jarrett. Può permetterselo. Ma poi che bello rimanere lì fino a tardi davanti al teatro a capire che non c’è nessuno in giro come lui, che la nostra passione non è finita. Che dopodomani c’è Barcellona e non ci andiamo solo per le tapas del Bilbao Berria. Dietro di noi, Stefano Bollani commenta il concerto. Non sentiamo cosa dice. Sono andato nell’ultimo mese tre volte a sentirlo, in solo, in trio, in chiacchiere musicali. Bravo, niente da dire, divertente, istrionico. Curiosità, anche attesa, vediamo cosa vuol fare. Affetto, è italiano. Ammirazione, la tecnica è straordinaria. Ma l’amore è un’altra cosa.

— Setlist

All of you

Summertime

Stars fell in alabama

Blues?

I’gonna laugh you right out of my life

Life is just a bowl of cherries

Answer me my love

Solar

When will the blues leave

Tennessee waltz

Things ain’t what they used to be

Once upon a time

Camicie, Baguettes, Pinede, Jazz, 2011

A questa distanza si poteva assistere alle prove del musicista, che per scelta non nomino.

La PInede di Juan Les Pins permette di vedere tutto il check sound a una distanza di pochi metri. MA quelli sono momenti che tengo per me. E’ il primo concerto del trio dove il quarto elemento è il rumore del mare, e ogni tanto come special guest passa un gabbiano a chiudere una superba “Summertime”.

Poi i soliti richiami a non fare foto, la straordinaria reinterpretazione di Billie o Miles, un piano che lancia note sospese tra la luna e il mare. Gli amici, i commenti, i pareri di una serata a tratti magica per il contesto nella quale si è svolta.

Ogni tanto si sogna, vedi arrivare una musica che conosci a memoria ma che non ha tempo. E’ come stare in un sogno, dove tutto è perfetto. Al di là di camicie discutibili o spiagge affollate.

Juan mi avevano detto che faceva innamorare. Io ho preso una cotta estiva, e voglio ricordarmi quel god bless the child col rumore del mare.