Keith Jarrett abbandona il concerto di Parigi (4/7/2014)

Ho fatto un viaggio lungo per andarlo a vedere. La sala Pleyel è stracolma . Il mitico Keith è accolto da ovazioni non appena entrato. L’attacco è carico di energia, ma cominciano subito i primi attacchi di tosse da svariate parti del pubblico. Si capisce subito la piega che prenderà il concerto,Jarrett si ferma più volte rivolgendosi alla platea quasi infastidito. Come se volesse sottolineare che sta dando tanto per rendere la serata unica, ma che i continui colpi di tosse distruggono la sua concentrazione, e di conseguenza la musica che sta creando. Si dirà che è lì per suonare, ma questa è solo una parte della verità. Il primo set si chiude con due pezzi che definire “meravigliosi” è dir poco. Il genio è lì, immobile nella ricerca continua che lo contraddistingue ad ogni concerto.

Il secondo set sarà diverso, i continui rumori renderanno la sua musica meno limpida. Poi il finale inevitabile. Su uno dei pezzi più grandiosi della serata si alza dal pubblico uno dei più grandiosi colpi di tosse mai sentiti nella mia esperienza live.
Jarrett si blocca e discute con lo spettatore. Esce dal palco e interrompe il concerto. Non bastano 20 minuti di applausi per farlo tornare. Lui si affaccia sul palco è annuncia: “la musica è finita”. Bordate di fischi. Parigi, forse, non lo merita (ai lettori l’ardua sentenza di questo finale).

Qui la recensione su Le monde

 

 

La canonizzazione degli Ex-Otago (live 26 aprile Circolo Artisti, Roma)

Foto: Appena arrivati a Roma.<br /> Senza alcun problema...

Ci sono gruppi che rischiano di rimanere “indie” a lungo, ma è in quell’inutile “etichetta” che si nasconde spesso una speranza per la musica italiana . Gli ex-otago hanno sulla loro coscienza tre album difficili da reperire , eccetto l’ultimo “in capo al mondo” che segna una crescita musicale e “autoriale” di rara bellezza. La serata al Circolo è una spartiacque tra quello che sono stati (un bellissimo gruppo indie) e quello che sono oggi, un gruppo con tutte le carte in regola per piacere a tutte le persone che li ascoltano e a quelli che li ascolteranno.
L’energia sprigionata sul palco da “foglie al vento”, “amico bianco”, “l’età della spesa” rendono più grandi dei pezzi che, da cd, suonano più composti rispetto alla loro resa live.
Il Circolo si riempie e nel mentre sul palco si capisce che gli ex-otago si divertono, e questo “divertimento” contagia una platea che piano piano viene rapita da un percorso musicale che spazia dai nuovi brani a quelli meno recenti come “patrizia” o ” Costarica”.
C’è pure il tempo di un pezzo più intimista come “la ballata di Mentino” che interrompe l’allegra euforia del live, introducendo tematiche più introspettive di grande raffinatezza.
Una delle qualità del gruppo e di non prendersi troppo sul serio, regalando perle autoriali come ” non è certo colpa nostra se abbiamo scritto una canzone incerta”, affiancati a figure femminili come Patrizia e Samantha dove il cazzeggio è d’obbligo.
Gli ex-otago, a fine concerto, vengono omaggiati di un lungo applauso. Applauso che significa: “siete un grande gruppo che sprigiona energia e sorrisi, tra i migliori dell’attuale musica italiana, siete divertenti, musicalmente perfetti, con testi che fanno ridere e pensare, cazzo ci fate in Italia…., andate in capo al mondo, cazzo!”. Il Circolo si svuota e la serata rimarrà nel cuore di chi c’era.

P.s: diventerete grandi,  già lo siete, e cmq nessuno ha mai suonato a Roma tra il 25 Aprile e la Canonizzazione di due Papi. Storicamente, forse, ve lo siete meritato.

 

Il grande Gatsby è brutto

Ieri sera, insieme al mio amico Guido, ho potuto annoiarmi a morte nel vedere un film monodimensionale, con personaggi vuoti, e pensare per tutto il tempo dove fosse finita la “visione” cinematografica del grande luhrmann.
E’ un film vuoto, che si sofferma su una storia d’amore da romanzo “harmony”.
Si salva solo la villa della festa. Ma per il resto il film annega nella lungaggine delle 2 ore e 30, e nella piscina dove Gatsby muore alla fine, finalmente.

La grande bruttezza, Sorrentino delude me (parere del tutto personale).

Faccio una premessa: per me Sorrentino è il più grande regista Italiano. Questo film ne conferma le capacità e il talento di fare un “gran film” dal punto di vista “strutturale”. Quello che manca è la sostanza, quello che delude è una sceneggiatura che traballa.
Il film lo dividerei in 4/4, all’inizio affascina con una Roma decadente e imperiale, e con una ripresa dall’alto della “pacchianeria umana romana” a far da contrasto.
Nel secondo quarto il girovagare di servillo in una serie di incontri “umani e strazianti” desta curiosità. Servillo poi recita in modo incredibile, per me meriterebbe almeno il premio di  miglior attore a Cannes.
Nel 3/4, la sceneggiatura si va a far benedire nella fretta di risolvere tutte le storie in maniera parecchio scontata.
L’ultima parte del film (con l’arrivo della “Santa”) sembra posticcia, appiccicata alla fine perchè in fondo Roma è anche la Chiesa. Ma è proprio in quest’ultima parte che comprendi cosa non gira del film: a furia di moralizzare la pacchianeria, il film diventa pacchiano.
Mereghetti sul corriere suggerisce a Sorrentino di lasciar perdere la sceneggiatura. Io non mi permetterei mai di dare un consiglio al regista con il più grande talento “visivo” in Italia. Ma una cosa gliela voglio dire: “A Sorrentì, la tua Roma fa un “culo così” a quella di Allen, ma tieniti l'”altrove” e ridamme “il rigore”.
Con affetto,

Breisen

Happy birthday Mister Keith Jarrett: 68 anni e rimani il numero uno.

Una volta uno spettatore urlò a Keith: “you are the best!!!!!”, e lui rispose “the best of what?”.
In questo scambio di battute mi è rimasto impresso cos’è l’artista Jarrett, oltre la sua musica. Qualcuno sostiene che è detestabile, qualcun’altro genio assoluto, qualcun’altro lo ama a prescindere.
A me piace ricordare che nell’ultimo concerto (magnifico) a Dublino, dal  pubblico qualcuno gli ha rimproverato di non aver  più fatto concerti nella capitale irlandese per oltre 30 anni. E anche lì l’immancabile sarcasmo del “divino”: “io comunque mi ricordo cosa ho suonato quella sera, tu probabilmente non c’eri”.
Per questi “vezzi” d’artista e altro ancora potrà essere dimenticato, ma non per la sua musica.
A me ha regalato momenti musicali che non ho trovato da nessuna parte, attimi di chi ha dedicato la vita al pianoforte per manifestare la sua grandezza a chi lo ascolta. Jarrett è oltre il jazz, e oltre il concetto di musica tradizionale, e questa sensazione si rinnova in ognuno dei suoi live. Grazie mister Jarrett, ci vediamo a juan les Pins questa estate. Invecchi meglio di tutti e per questo continuerò ad urlarti : “you are the best”…

Keith Jarrett a Napoli (recensione che ho scritto per debaser qualche anno fa)

Keith Jarrett: Napoli, San Carlo 18.05.09

Di breisen

Copertina di Keith Jarrett Napoli, San Carlo 18.05.09

Ci sono teatri vicino al mare. Ci sono persone vicino al mare che lo guardano con sguardo fisso, senza un perchè. Ci sono serate dove vorresti tuffarti nelle note, provare a fare due bracciate e vedere se riesci ad andare al largo. Quella sera non la ricordo più. Mi sembra fosse un lunedì, ma non importa il secolo, l’anno, non importa il tempo. Mi hanno ritrovato vagare per i vicoli di Napoli con aria stravolta. Con l’aria di chi aveva il mare dentro agli occhi. Ma io lo sapevo che quello non era il mare…. perchè le emozioni amano nascondersi dietro alle lacrime, non diventano mare.

Nella mia testa ho dei flash… delle voci,dei sussurri, che mi fanno tremare, come fantasmi. Ricordo di un teatro strapieno, di una entrata trionfale tra gli applausi. Lo vedo: è un omino piccolo, o forse era il pianoforte che era più grande di lui. E a un certo punto erano una cosa sola, un magma che emetteva suonivocicolorisilenzipauseechi di dodecafoniabluesmelodie mai udite da noi mortali. Ma io quell’omino lo conosco,l’ho seguito a Venezia, a Milano a Roma. Si, ha un’aria conosciuta….

Me l’avevano detto: “non andare, rischi di perderti, di non ritrovarti più“. Non avevo creduto che sarebbe potuto succedere.

Il primo seme musicale sembra un omaggio a Napoli, si capisce che il rumore della città è stato rinchiuso in uno spartito, ma forse è solo la suggestione a prendere il sopravvento. Poi parte un blues. Poi una melodia. No, non è una melodia, è il mare che sta invadendo il San Carlo. E’ una musica che fa tremare gli animi, che scuote i fantasmi, che sommerge qualunque pensiero. E’ una musica che forse sta cercando di uscire dal teatro per raggiungere il mare. Alla fine del primo set il concerto potrebbe finire, perché è già stato detto tutto.

La perfezione taglia l’aria. Capiamo tutti di essere in una prigione dalla quale non vogliamo più uscire. Il teatro è lontano mille miglia da tutto ciò che è terreno. Quelle melodie non possono che inchiodarci a una notte che nessuno potrà più dimenticare. Come i pazzi, che hanno in testa cose che le persone normali non comprendono, come i pazzi siamo invasi da note che ci faranno soffrire per il resto della vita. Il secondo set riparte in modo turbolento. Quell’omino sta scandagliando il fondale del pianoforte, scuote le parti in legno dentro al piano, come se non gli bastassero i tasti.

Il mare sale, la gente affoga nelle note e rimane in apnea. Gente incravattata si guarda intorno ma non riesce a vedere più il palco, si sente solo una musica celestiale venire da lontano. Me li ricordo gli sguardi in apnea durante i 5 bis: da Billie Holiday a Over the Rainbow, e lo scroscio ininterrotto degli applausi. Ma io c’ero, eravamo tutti sommersi dal mare, quegli applausi erano scherzi di fantasmi spuntati fuori da chissà quale epoca del jazz.

La gente del San Carlo era sotto un incantesimo, credeva di udire e di vedere un concerto, ma in realtà nulla di quello che stava accadendo aveva attinenza con la realtà.

La fine. L’ultima nota di Over the rainbow. Il San Carlo vuoto. Lui che esce dal palco. C’è chi giura che il pubblico del San Carlo si sia incamminato lentamente verso il mare. E negli occhi di tutti scendesse una lacrima. Ma io quella lacrima l’ho vista scivolare su un sorriso, e il mare sembrava incredulo davanti a tanta umanità.

L’ultimo ricordo è un tuffo, in un silenzio irreale. Ma chi mi ha trovato nei vicoli di Napoli con aria stravolta ha capito che venivo da una esperienza troppo forte per un essere umano.

L’ho scritto su un foglio a penna, il senso delle voci che sento nella mia testa: Keith Jarrett. L’ho dovuto fare per tornare alla realtà.

P.s: dedicata ad Enzo, Angelo, Gianluigi. E a Primiballi che non conosco personalmente, ma leggo sempre con massima attenzione.

Roma 2012: Main dans la main, la recensione

Film sofisticato e a tratti deludente quello della mia amata Donzelli. In un cinema barberini strapieno l’attesa era troppa per una delle migliori registe in circolazione. Peccato che al di là del gusto del surreale innaffiato in salsa pop, la Donzelli si fa prendere la mano in troppi palesi intenti filosofici, e si fa fatica a seguire la direzione giusta del film. Chi lo osannerà come capolavoro, chi lo stroncherà per esagerata spocchia.
Per me resta un film gustono ma ben al di sotto delle mie attese.

Ecco una recenzione trovata in rete che dice esattamente il contrario di quello che dico io…

Esagera, calca la mano, si fa sempre sentire con la presenza d’attrice o d’autrice, non sa cosa sia stare tra le righe, ma ha la sicurezza e il tocco giusti per vincere la sfida col pubblico, è capace di grandi finezze – come l’uso dei suoni in chiave espressiva o la miscela di voci fuori campo – e sa usare la musica in modo delizioso (Lo schiaccianoci che si alterna al pop-trash anni ’80). Ma soprattutto è una delle rare registe contemporanee a saper comunicare la magia quotidiana dell’amore, l’incanto che è anche fatica, la bellezza e l’ordinarietà dei rapporti. E può riuscirsi solo perché i suoi attori sono anche la sua famiglia: se stavolta lascia a Valérie Lemercier il ruolo da protagonista, ritroviamo con piacere Elkaim (di cui lei interpreta la sorella) e una strepitosa spalla come Béatrice de Stael, che stavolta ruba la scena in più di un’occasione. E ritroviamo il sapore meraviglioso di un cinema che parte e ritorna al cuore, ma senza prescindere da un grande acume.

http://blog.screenweek.it/2012/11/roma-2012-main-dans-la-main-la-recensione-in-anteprima-223908.php

Io e te di Bertolucci, voto 7 (Bertolucci si ama e basta…)

Confesso di aver letto il libro e di essermene innamorato. E come succede sempre nelle trasposizioni cinematografiche, molte delle cose del libro sono state volutamente saltate nel film. Ma al di là della premessa inutile, il film è una piccola storia di due persone che si incontrano in una cantina dei parioli. La vita per entrambi sarà segnata da questo incontro.
Film da vedere al cinema. “Estetica bertolucciana” al potere, come non mai.

Really could happen: Blur @ Hyde Park 2012

Ci sono recensioni in rete “necessarie”, questa è una di quelle.

http://borntobeadancer.wordpress.com/

…… Potrei riassumervi tutto questo dicendovi che vi siete persi un concerto stupendo, un’esperienza di vita, oppure: non potete nemmeno immaginare i continui sing-along strappa-lacrime su “Tender”; la magia di “Out of Time”, grazie ai suoni regalati da Khyam Allami; la commozione su “Under the Westway” (live è un pezzone) e “No Distance Left to Run”; le risate nel vedere il comico inglese Harry Enfield travestito da Tea Lady, o l’entusiasmo di Phil Daniels su “Parklife”; i riferimenti a Londra con “Jubilee” e “London Loves”; il delirio collettivo su “Song 2″; la sorpresa di sentire “Young & Lovely” e “Caramel”; l’emozione indescrivibile di cantare a squarciagola, in continuo crescendo, “The Universal”.

E a fine concerto sentire le farfalle nello stomaco, avere gli occhi lucidi e continuare a cantare in coro IN METRO: “Oh my baby Oh why, oh my”.
E ancora adesso ho quella sensazione di aver immaginato tutto, di non essere stata lì per davvero e di aspettarmi da qualcuno: “guarda Tere che ti sei svegliata ora dal coma e il tuo era solo un sogno”; ma poi riguardo foto e video e rileggo quello che ho scritto subito dopo il concerto e mi viene da pensare che, forse, ho vissuto i Blur per davvero.

La pelle che abito (voto 10)

 

L’ultimo film di Almodovar è un capolavoro assoluto. Con l’incedere di un noir e tutti i suoi stereotipi, Almodovar stravolge tutti i luoghi comuni indugiando nella storia di un chirurgo plastico sadico e indifferente.
Il più bel film del 2012 per me. Elena Anaya è di una bellezza disarmante, ma è da anni che mantiene intatto tutto il suo fascino.
Al cinema la gente, a fine proiezione, è rimasta impietrita, al di là delle provocazioni surreali del grande regista spagnolo.
 

 

Keith Jarrett, Tokyo, 5 may 2012

Thanks to john, great review

Great Concert in Tokyo last night.



First set had 6 improvisations 



1. A Rhythmic exposition similar to Rio pt 1/Carnegie pt 1.



2. A piece that was very soft and beautiful, had a chime feel to it at times, and really was spectacular.



3. Flamenco/Spanish into a driving bass/semitonal exploration.



4. Ballad, up tempo, middle register.



5. Deconstructed Bebop, EXTREME 2 hand unison soloing, with bass flourishes.



6. Blues, but not the typical style. Quite unique. 



Second Set



7. Pentatonic Explorations



8. A piece that really demonstrated the sonic capabilities of the Steinway. Very multi tonal, lots of pedal flourishes.



-awkward applause, is he done? –

Keith makes a gesture that he was undecided whether or not he was done. then looks at the audience, smiles, and says ‘energy.’



9. Deconstructed blues, very heavy in the lower register of the piano, very rhythmic, one of my favorites.



10. Another ballad, but more slow and touching.



11. Piece de resistance. Searches for a minute, plays the inner working of the piano, then decides on an octave repetition between bass and melody that he builds into what I thought was the best piece of the night.



Encores



12. It’s a lonesome old town



13. Carolina Shout.



14. Another Improvisation that had me confused. It seemed like it was a song that i wasn’t familiar with. I guess it is a song now. 



The audience was fabulous, you could hear every nuance of the Piano because of the concerted effort of a sold out crowd to create a wonderful environment for music.

This Must be the Place (voto 4)

Premessa: adoro tutti i film di Sorrentino. Ma questo no. E’ uno scivolone lampante, dove la trama si sbriciola, e i personaggi si riducono a macchiette senza spessore. Un vero peccato. Volendo fare un paragone è l’equivalente del tentativo di Battisti di fare un disco in inglese (Images).
Allora ( anni 70) Battisti era al culmine della popolarità in Italia e tentò di fare un “prodotto” per il mercato americano, fallendo miseramente.
Alla stessa maniera Sorrentino qui risulta pedante, didascalico, lento (che di solito era un suo punto di forza), e spaesato.

Qui un commento che ritengo appropriato.
Sul piatto Nazismo e Olocausto, dunque, temi non da poco: appena il film cerca di dare sostanza al tormento di Cheyenne, al suo rapporto contrastato col padre, non appena cerca di giustificare questo girovagare della rockstar nel paesaggio americano – che si  cattura nella sua splendida orizzontalità bicolore, magari macchiata da lattee e stentoree nuvole, ché questo è il vero obiettivo del road trip rappresentato – si palesa con grave imbarazzo la sua insincerità e inconsistenza.
Pallida eco visiva di cose già viste. Forma vuota.
http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=3895

Camicie, Baguettes, Pinede, Jazz, 2011

A questa distanza si poteva assistere alle prove del musicista, che per scelta non nomino.

La PInede di Juan Les Pins permette di vedere tutto il check sound a una distanza di pochi metri. MA quelli sono momenti che tengo per me. E’ il primo concerto del trio dove il quarto elemento è il rumore del mare, e ogni tanto come special guest passa un gabbiano a chiudere una superba “Summertime”.

Poi i soliti richiami a non fare foto, la straordinaria reinterpretazione di Billie o Miles, un piano che lancia note sospese tra la luna e il mare. Gli amici, i commenti, i pareri di una serata a tratti magica per il contesto nella quale si è svolta.

Ogni tanto si sogna, vedi arrivare una musica che conosci a memoria ma che non ha tempo. E’ come stare in un sogno, dove tutto è perfetto. Al di là di camicie discutibili o spiagge affollate.

Juan mi avevano detto che faceva innamorare. Io ho preso una cotta estiva, e voglio ricordarmi quel god bless the child col rumore del mare.

Perchè viaggiare da soli?

Questa è la domanda che mi ha assillato da quando, parecchi anni fa, ho iniziato a cercare di mantenere una promessa fatta a me stesso: nella vita ogni anno devi regalarti un pezzo di mondo. Per ora Grecia, Spagna, Francia, Belgio, Marocco, Irlanda, Londra, Norvegia, Tanzania, Guatemala , Messico Bolivia, Perù, Tanzania, Zanzibar, Copenaghen, Germania, Tibet; San Francisco,New York e Giappone.  Forse nella lista mi sono perso qualche posto , ma il Giappone no, quello è stato un sogno realizzato e indimenticabile. Con tutti i dubbi prima della partenza: mi romperò, mi annoierò, mi perderò, morirò, sarò rapito da cannibali giapponesi, scoppierà Fukushima e io sarò radiato dal mondo, sarò morso da un sushi nuclearizzato.
La vita mi ha regalato una sorpresa: viaggiare da soli è estramente affascinante, ti obbliga ad aprirti alle persone che incontri, ti obbliga a essere più curioso di quello che già sei. Ti obbliga a non rimanere mai fermo e di girare come un "Giapponese".
Tokyo me la sono divorata, e tutti i suoi quartieri uno diverso dall’altro. Shibuya che sulla carta doveva essere un quartiere "inutile e prettamente commerciale" mi ha regalato persone, vicoli, deliri notturni, e vitalità inaspettate. Kyoto mi ha permesso di conoscere l’antico Giappone integrato con quello più moderno. E poi posti come Hakone (paesaggisticamente magnifico), con il Fuji perennemente nascosto dietro all’unica nuvola di tutto il paese nipponico. Kumara e Kibune, due paesini attraversati dai boschi, dove ho scoperto dei luoghi di pace che difficilmente avrei potuto trovare a Shibuya.
Si , lo so che sono delirante , ma il Giappone mi ha regalato quello che non avrei mai pensato, una esperienza umana unica, affascinante, e sfidante per una persona che alla domanda "perchè viaggiare da soli", risponderà sempre: perchè ci si mette in gioco e si rimane stupiti dai luoghi, dagli altri e soprattutto da se stessi.