Renato Zero in Harry Potter, Masini coi Metallica

Certe definizioni lasciano il segno

Da Debaser

Renato Zero

 La DeFinizione datane da Carlo V.

«Buon cantante, ma meglio come insegnante di difesa contro le arti oscure.»

Marco Masini

 La DeFinizione datane da Carlo V.

«i Metallica gli devono molto»

Alexia

 La DeFinizione datane da Carlo V.

«Se non fosse per un cd mai ascoltato, con la copertina di carta, comprato da un nigeriano avrei avuto spesso il dubbio sul fatto che sia davvero esistita o no.»

La migliore recensione de “La grande bellezza”

di suononuos su debaser

Premetto che questa recensione sarà piena di spoiler, quindi se non avete visto il film, leggetela a vostro rischio e pericolo. Della “Grande bellezza” se ne è già parlato in lungo e in largo, complice anche la vittoria ai Golden Globes che ne suggellano il successo internazionale. Amato e osannato (specialmente dal pubblico) odiato e distrutto (specialmente dalla critica) questo film è chiaramente destinato ad una vita tormentata. Capolavoro o letame placcato d’oro?Come molto spesso accade, la verità sta nel mezzo. Eppure ciò non basta ad esprimere la vera peculiarità di questo film. Perchè se “in medio stat virtus”, questa volta persino dentro quel “mezzo” è possibile chiedersi se il bicchiere sia mezzo vuoto o mezzo pieno. E non se ne verrà mai a capo. Non è ilare? Ma lasciamo perdere i facili barocchismi lessicali, che alla ridondanza ci ha già pensato Sorrentino. “La Grande Bellezza”, è bene dirlo subito, è tanto curato stilisticamente quanto povero di sostanza. Il regista, più verboso che mai, mette in scena dei personaggi monodimensionali, delle maschere poste lì con l’unico scopo di essere giudicate dalla tagliente lingua dell’annoiato Jep, o dalla cinepresa dello stesso autore. Come ha già detto qualcuno,persino i dialoghi in questo film sono dei monologhi. Caricature su caricature si avvicendano in scena, ed è inutile stare ad elencarle, perchè manca solo il pizzaiolo napoletano e il gondoliere col mandolino. E attraverso Jep e comprimari, il nostro amato regista parla, giudica, critica. Niente sfugge al suo occhio, e come si addice ad un vero italiano, sputa sentenze su tutto e tutti. Così le bellissime inquadrature, spogliate del loro significante, si riducono a puro artifizio e nient’altro. L’asfissiante visione dell’autore viene puntualmente evidenziata da un copione che amorevolmente si prodiga a prenderci per la manina – come si fa coi bambini o coi ritardati mentali – per guidarci passo passo all’interno del puzzle da lui creato. La sceneggiatura è quindi ricca di dialoghi esplicativi, di bignamini riassuntivi volti a regalare sempre la giusta chiave di lettura dell’opera. Non sia mai che il grande regista venga frainteso! no, Sorrentino è (o si crede) un grande autore, ed è giusto che anche noi deficienti abbiamo la possibilità di capire, senza fallo, il suo punto di vista su ogni singolo aspetto di questa società tanto degradata. Ma il buffo è che “La Grande Bellezza” vive proprio delle cose non dette, degli scorci di vita mostrati, delle scelte registiche. Mi è piaciuto molto il mare nel cielo, la luna che diventa aereo, lo sguardo della ragazza con cui scoperà Jep per la prima volta, messo lì alla fine del film. Perchè si sa, la Figa con la f maiuscola, anche se ti guarda per un secondo, a volte sembra che ti stia svelando il senso dell’universo. Insomma il film funziona fin quando il regista se ne sta un pò muto e ci lascia godere le immagini in santa pace. I problemi nascono quando i personaggi cominciano a parlare. La sceneggiatura è infatti spesso sconclusionata, quando non addirittura fastidiosa. Potrei citare la scena della bambina persa dalla madre, che è stata messa lì semplicemente perchè il suo compito è di dire a Jep che lui “non è nessuno”. Si ok, ma sti cazzi no? cosa succede dopo? a cosa porta quella scena? Potrei citare il finale con la “santa” e i fenicotteri (certo, i fenicotteri) dove la vecchia parla dell’importanza delle radici in un film dove non una volta si fa cenno alla famiglia o alla propria patria come valore (difatti, lo stesso Jep-Sorrentino si dimenticherà di tutto sul finale). Potrei citare Romano che, salutando il suo amico di sempre, ammette di andarsene dalla città perchè “Roma mi ha deluso”. No signor Verdone, Roma non ti ha deluso, è il modo in cui hanno scritto il tuo personaggio che ha deluso me. Cioè, questo se ne va da Roma non appena comincia ad avere un pò di successo dopo una vita di sacrifici, e perchè lo fa? perchè stava con una troia. Ma essendo lui uomo di grande caratura morale e spessore filosofico, non può ammettere che stava con una troia, no, lui se ne deve andare perchè Roma lo ha…Roma lo ha deluso. Si. E il film va avanti, ancora e ancora, tra cose dette troppo e altre dette male, tra facili buonismi e patetici moralismi. Sorrentino, da bravo borghesuccio annoiato quale è, ci presenta un protagonista disincantato che si scaglia contro gli ultimi (l’artista concettuale che sente le “vibrazioni”, la “bambina che fa i milioni”) allo stesso modo che con la “roma da bere”. Ma ci presenta anche un protagonista talmente ridicolo nel suo finto dolore, che nella chiosa finale vien davvero da chiedersi “ma su che cazzo scriverà il suo prossimo libro?”. Difatti l’elevamento spirituale tanto atteso e preannunciato, l’esperienza che il protagonista dovrebbe vivere al fine di ritrovare l’ispirazione letteraria, non si manifesta in nessuna maniera. Forse la scena in cui la “santa” sale le scale soffrendo, dovrebbe dare una lettura della crescita personale di Jep? Forse. Personalmente trovo il parallelismo oltremodo forzato e maldestramente reso. Come tutto il film, d’altronde. Così alla fine apprendiamo che il nostro eroe comincerà a scrivere un nuovo libro, ma non sapremo mai cosa lo ha spinto davvero a farlo. E il motivo per cui non lo sapremo mai è che, a questo punto mi pare lapalissiano, neanche il regista lo sa. Sorrentino ci prova, vuole davvero farci credere che il suo Jep sia arrivato a un punto di svolta (ma quando? dove e perchè?) mentre in realtà non è andato affatto più in là del povero Marcello ne “La Dolce Vita”. La differenza più profonda con il capolavoro di Fellini – perdonatemi se lo scomodo anchio – è che pur nella sua egocentricità, Fellini perlomeno è stato onesto fino alla fine. Sorrentino, al contrario, è finito col venderti del fumo spacciato per arte sublime. E lui lo sa. Oh se lo sa. Dunque perchè non dire che “La Grande Bellezza” è una colata di merda, e chiuderla lì? Perchè sarei poco sincero. La peculiarità del film sta infatti nel suo essere un vero e proprio paradosso trasportato su cellulosa. Perchè dico ciò? presto detto: Il film si regge su una messa in scena sontuosa, inutile negarlo, ma esprime anche il pensiero di un autore mediocre, incapace di dare vita propria ai suoi personaggi. E questo autore mediocre ha messo in scena un personaggio mediocre (Jep) che ha il compito di giudicare la mediocrità della vita mondana. Capite? E’ per questo che finisci per farti convincere se non addirittura conquistare dal risultato, perchè chi meglio di un autore mediocre può parlare della mediocrità? chi meglio di un moralista retorico che punta il dito su tutto e tutti pur non avendo nulla di meglio da dire, può mettere in scena il vuoto dell’esistenza ed essere così credibile? E’ per questo che, paradossalmente, il film è riuscito. E’ un film sincero in almeno un aspetto: in quanto tratta del nulla con un linguaggio che gli si addice. Pretenzioso, barocco, luccicante ma privo di una vera profondità. Vuoto come il nulla, questo film ne è il suo specchio e la sua faccia più sincera. Una dichiarazione d’intenti perfettamente riuscita, dunque. “In fondo è solo un trucco, si, è solo un trucco”.

Sussidiario della giovinezza in due righe (Baustelle)

Un’opera d’arte fatta di dieci inni generazionali, canzoni che difficilmente dimenticheremo. Una band, un disco, fuori dal tempo e dalle mode. Un capolavoro assoluto della discografia italiana. Uno sputo in faccia alla volontà di etichettare

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