Baustelle – Il Futuro – Live Fantasma Tour 2013 @Cosenza 18/02/2013

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I Baustelle e il tetrò. Perché quella canzone è un capolavoro

premessa personale: a me il pezzo non piace troppo. Si l’attacco è magnifico, ma il ritornello è troppo Battiato oriented.
e cmq ripeto, i Baustelle osano l’inosabile e questo rende Fantasma un disco veramente convincente.

 

Articolo tratto da ivan carrozzi

L’impianto stereo è rotto. Avrei dovuto inscatolarlo e portarlo da un tecnico, ma non l’ho fatto. Così da molto tempo è rotto e da altrettanto tempo non compro un disco. Alla pigrizia si è sommato il disappunto, come dice Anna Oxa, per quanto accaduto in questi ultimi anni dentro e intorno alla musica pop. Disappunto per il citazionismo, i revival, i tic nostalgici e retrò. Avevo la sensazione che, come scrive Simon Reynolds in Retromania, il pop fosse ad un passo dall’esaurimento (ecologico) delle risorse. Che la maggior parte della musica confezionata nella nostra epoca si esaurisse nel prelievo e nel mix di campioni e tasselli del passato.

Di conseguenza ho cominciato a seguire le novità con uno scetticismo sempre più snob. Alle copie di oggi, trasformandomi in vero nostalgico, ho preferito gli originali degli anni ’60, ’70 e ’80. Dopo un po’ di tempo, invece, ho cominciato a cambiare atteggiamento. Ho cominciato a fare autocritica, a diventare sospettoso con me stesso e verso le mie chiusure, fino a quando, qualche giorno fa, ho ascoltato su YouTube l’undicesima traccia di Fantasma, l’ultimo album dei Baustelle. S’intitola Il futuro e resta, per quanto mi riguarda e per il momento, l’unico pezzo ascoltato del disco. Perché questa canzone mi è sembrata, ascolto dopo ascolto, un capolavoro capace di tormentarti per giorni, mentre guardi un film al cinema, mentre parla un collega, mentre fai colazione in un bar o cammini lungo il vagone di un treno per Firenze? In questo pezzo i Baustelle hanno il coraggio di sprofondare al nucleo, d’infoibarsi completamente nella nostalgia, senza freni inibitori, e in quella ossessione per il passato dalla quale, come ascoltatore, stavo cercando di divorziare. Il prisma di luce del tempo passato riesce a infiltrarsi dentro quasi ogni verso: «Perché tutto quel che hai prima\o poi lo perderai»; «il passato adesso è piccolo, ma so\ricordarmelo». La nozione di nostalgia viene traguardata e amplificata nelle orchestrazioni. Si muta in übernostalgia, cioè un sentimento sovraccarico, potente e cimiteriale. Qualcosa al tempo stesso di tetro e retrò, che potremmo chiamare, con un gioco di parole: tetrò.

Non ho idea di quanto possa emozionare il tetrò, mi ha detto un’amica, «se lo ascolti al nono piano della Warner Music, guardando la foschia di Milano diventare sempre più nera». La nostalgia, da tratto innocuo e comune della cultura contemporanea, che attraversa indistintamente il cinema di Wes Anderson, le collezioni H&M e I migliori anni di Carlo Conti, diventa qui nobiltà d’animo, chiodo fisso, sentimento oceanico. Anche per questo quella canzone è un’opera d’arte: per aver restituito circonferenza e romanticismo a un sentimento banalizzato e afflosciato nelle categorie del vintage, del retrò, del “come-si-stava-meglio”.

Tra i commenti al video, su YouTube, viene rinfacciato al cantante, Francesco Bianconi, il paragone col mostro sacro Fabrizio De Andrè. È per via del timbro di voce sempre più simile e di quel modo solenne di lasciare aria e spazio tra le sillabe. Ma è un giudizio miope e ingeneroso. Bianconi in realtà, almeno in questo pezzo, mette in atto, posseduto dalla übernostalgia, un esorcismo e, letteralmente, riesuma il corpo e la voce di De Andrè. Sembra indossare la sua giacca, le sue scarpe, tirare dalla stessa sigaretta, come Anthony Perkins in Psycho con la gonna della madre morta. Francesco De Andrè e Fabrizio Bianconi. Allo stesso modo, da un passato remoto si rianimano l’armonicista, il naccherista e l’orchestra di Ennio Morricone. Alzati e cammina. È una canzone su cui si potrebbe divagare all’infinito, così bella,tetrò e abissale da dare la nausea e che, magicamente, s’intitola Il futuro.

Baustelle, fantasma recensione

 

Bellissima rensione da sentireascoltare

….Siamo di fronte a un disco dalle radici infinite e dalle altrettanto infinite prospettive: emerge sin dai titoli di testa unMorricone più che mai oscuro, quello di L’uccello dalle piume di cristallo; si apre in un solo pezzo, Cristina, alloScott Walker delle cavalcate e insieme all’Endrigo di Back home someday o – e questo persino nel modo inconsueto di capovolgere l’ordine dei versi e del discorso – al Celentano di Storia d’amore (“amici dal fottuto giorno in cui praticò l’amore/ la tua amica, la migliore. e lo praticò con me”). Più di ogni altri, però, il fantasma che appare è quello di Fabrizio De André, di un De André preciso, forse il più difficile, il più letterario e quello, non a caso, dei concept album: Storia di un impiegato e Tutti morimmo a stento. È da lì che viene il cantato solcante di Bianconi, quella vocalità che taglia la tela del silenzio e insieme del suono sinfonico, quel recitato travestito da cantato che, come quello di quegli album, ci offre una visione precisa dello stato attuale del tempo e insieme alcune possibilità di stravolgimento totale, destrutturazione visionaria dello schema sociale e politico e delle tensioni quotidiane dell’intimo umano.

….Fantasma è un libro orchestrato e come tale va affrontato, ricordando comunque che De André resta un riferimento, un’aspirazione, e che non mancano alcune cadute post-adolescenziali tipiche dell’immaginario baustelliano (Monumentale, in parte, e Contà l’inverni, in toto). L’imponenza di questo disco è, tuttavia, totale, monumentale, vecchio palazzo sovietico nel centro di Mosca o grattacielo sventrato che fa girare la testa. La sfida è immensa per un medio ascoltatore di pop italiano perché siamo di fronte a qualcosa di essenzialmente colto e lontanissimo dagli approcci del nostro tempo. I Baustelle questa sfida l’hanno vinta.

Baustelle: “Bianconi era stonatissimo, anche Rachele”

 Se i Baustelle non avessero incontrato Carlo  Rossi non sarebbero dove sono adesso?

No, sarebbero dove sono adesso. Io ai Baustelle ho solo dato le orchestre, gli ho fatto capire che dovevano spostarsi un po’ dal rock e avvicinarsi al mondo dell’orchestrazione.



Bianconi è stonato. 

Si, Bianconi era stonatissimo, anche Rachele, stonatiella, diciamo. Bianconi si è fatto un gran culo, da “La Malavita” in poi ha capito che ce l’avrebbe potuta fare, ha capito di essere un autore, e che valeva la pena farsi il culo e cambiare. Ha imparato a scrivere per altri, è andato a lezione di canto, aveva problemi di respirazione pazzeschi ed è andato a lezione anche per quello.



Quando uscì “Charlie Fa Surf” molti talebani storsero il naso tacciandolo come super paraculo. Chi c’è dietro quel pezzo? 

Credo che si sappia, Il nucleo musicale è di Claudio, il chitarrista, l’idea che sta alla base della canzone è di Cattelan. Ma il motivo per cui “Charlie fa surf” ha funzionato non è nel riff paraculo o in una struttura più smaccatamente pop, è il testo ad essere paraculo. Ed è di un paraculo che non te ne accorgi, perchè Bianconi non l’ha scritto apposta, ma ha preso delle parole che funzionavano in quel momento. Mdma era una parola che funzionava, avrebbe funzionato anche in un’altra canzone.

http://www.rockit.it/articolo/19189/intervista-a-carlo-u-rossi