“Living in the Material World” è un capolavoro (regia di Scorsese

“Living in the Material World” è un’opera mastodontica e ambiziosa, sin dalla durata, quasi quattro ore (è stata realizzata per la televisione americana, a cura della “solita” Hbo), ed è suddivisa in due parti ben distinte. La prima si sofferma maggiormente sugli esordi, e poi sul successo clamoroso dei Fab Four, sino alla loro separazione “amichevole” nel 1970. Quello che Scorsese è interessato a mostrare è il lato creativo e inafferrabile di Harrison.

da ondacinema

George Harrison: Living in the Material World

Il “potenziale cult” dell’anno: Medianeras.

Medianeras - Innamorarsi a Buenos Aires

Eccolo, il potenziale cult dell’anno. Se solo non fosse arrivato con tre stagioni di ritardo, se solo la distribuzione ci avesse creduto di più…quel suo affrontare la questione giovanile con piglio frizzante e stile libero (visto che c’entra anche il nuoto) da cinema indipendente Usa (o, perché no?, francese) fa di “Medianeras”, opera prima di Gustavo Taretto (che nel frattempo ha sfornato la seconda) un possibile successo di portata generazionale.
Una vicenda, anzi due vicende più o meno universali, che il regista vuole da subito contestualizzare nello spazio. Siamo a Buenos Aires, una città triste, che volta le spalle al proprio fiume. Le ipertrofie urbanistiche, mastodontiche ma variegate, belle e orrende, presentateci in sequenza in apertura dallavoice over, rispecchiano il disordine dell’animo degli abitanti.
Tra le milioni di persone che popolano la metropoli, ci si concentra su Martin e Mariana, due animi solitari che il destino vuole unire, se è vero che si incrociano e sfiorano di continuo senza mai accorgersi l’uno dell’altra. Il congiungimento arriverà, ma sarà più ritardato del previsto.
Se lo spazio, abbiamo visto, è ben collocato, il tempo è solo un po’ più vago. Intravvediamo una scritta che, nominando Cristina Kirchner, conferma l’ambientazione contemporanea annunciata dall’impiego delle più avanzate tecnologie di massa da parte dei protagonisti. Per i quali le odierne difficoltà economiche – con cui i nostri media ci bombardano ciclicamente – non sono nulla rispetto alla crisi del 2001, spesso rievocata.

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Il nuovo film di Carlo Verdone: “sotto una buona stella”

Visto ieri sera, film “leggerino” e a tratti “elegantemente lieve” con un Verdone in gran forma.
Incredibile il tandem con la Cortellesi. Altro che Zalone….

Recensione da cinemaitaliano
Una commedia amara quella realizzata da Carlo Verdone dove caratteri, dialoghi e situazioni funzionano nel migliore dei modi.

SOTTO UNA BUONA STELLA - Il gusto amaro della Commedia
Paola Cortellesi e Carlo Verdone “Sotto una Buona Stella”

Un film corale in cui Carlo Verdone si muove a sua agio, ritagliandosi il ruolo del perdente a 360°. Lavoro, famiglia, affari sentimentali, tutto si rompe e il Federico Picchioni di Verdone non “ha le palle” per ripararlo.

Finché non giunge la vicina di casa, una Paola Cortellesifinalmente misurata e credibile, che limita al minimo gli ammiccamenti che negli ultimi tempi hanno marchiato col fuoco televisivo le sue performance cinematografiche. Lei è Luisa Tombolini, una manager tagliatrice di teste che vive male il suo lavoro e cerca di recuperare come può ai licenziamenti di cui è portavoce.

L’amicizia col vicino Federico e i suoi figli non fa che creare una nuova famiglia allargata che tra incomprensioni e tensioni tira avanti come una normale famiglia in un’Italia sempre più difficile da abitare.

Verdone racconta i problemi del paese nel tradizionale modo del nostro cinema migliore, con una commedia amara, in cui il suo personaggio centrale fa della debolezza una forza comica e narrativa, trascinando la storia in modo egregio e strappando almeno una quindicina di risate piene; e non è poco! Gli alti e bassi della sceneggiatura, o forse della produzione, sono mascherati dietro le esilaranti improvvisazioni nei duetti con la Cortellesi, e dai racconti della sua voce narrante che, questa sì, appare grossolanamente inutile e fuori luogo.

Sotto una Buona Stella” è un film teatrale, ambientato maggiormente in due appartamenti adiacenti, ma che riesce a divertire con i giusti tempi comici che Verdone sembra aver rimesso a lucido con energia, grazie anche a un cast indovinato e alla scrittura attenta di storia e situazioni.

Roma 2012: Main dans la main, la recensione

Film sofisticato e a tratti deludente quello della mia amata Donzelli. In un cinema barberini strapieno l’attesa era troppa per una delle migliori registe in circolazione. Peccato che al di là del gusto del surreale innaffiato in salsa pop, la Donzelli si fa prendere la mano in troppi palesi intenti filosofici, e si fa fatica a seguire la direzione giusta del film. Chi lo osannerà come capolavoro, chi lo stroncherà per esagerata spocchia.
Per me resta un film gustono ma ben al di sotto delle mie attese.

Ecco una recenzione trovata in rete che dice esattamente il contrario di quello che dico io…

Esagera, calca la mano, si fa sempre sentire con la presenza d’attrice o d’autrice, non sa cosa sia stare tra le righe, ma ha la sicurezza e il tocco giusti per vincere la sfida col pubblico, è capace di grandi finezze – come l’uso dei suoni in chiave espressiva o la miscela di voci fuori campo – e sa usare la musica in modo delizioso (Lo schiaccianoci che si alterna al pop-trash anni ’80). Ma soprattutto è una delle rare registe contemporanee a saper comunicare la magia quotidiana dell’amore, l’incanto che è anche fatica, la bellezza e l’ordinarietà dei rapporti. E può riuscirsi solo perché i suoi attori sono anche la sua famiglia: se stavolta lascia a Valérie Lemercier il ruolo da protagonista, ritroviamo con piacere Elkaim (di cui lei interpreta la sorella) e una strepitosa spalla come Béatrice de Stael, che stavolta ruba la scena in più di un’occasione. E ritroviamo il sapore meraviglioso di un cinema che parte e ritorna al cuore, ma senza prescindere da un grande acume.

http://blog.screenweek.it/2012/11/roma-2012-main-dans-la-main-la-recensione-in-anteprima-223908.php

The Road (voto 6.5)

The Road http://nonhosonno.wordpress.com/


Dopo una catastrofe che ha sterminato parte dell’umanità ed estinto quasi tutte le specie animali, un uomo (Viggo Mortensen) e suo figlio vagano per un’America in cui il cielo è sempre cupo, gli alberi sono morti e non esistono più i colori. La moglie/madre (Charlize Theron) dei due si è letteralmente consegnata alle tenebre, disperando del futuro, dopo che il marito aveva rifiutato l’idea di un suicidio collettivo (“lo fanno tante famiglie”, gli aveva detto lei). I sopravvissuti sono viandanti in cerca di cibo, scarpe e vestiti, o bande armate che non esitano a mangiare carne umana. Nel mondo dopo il diluvio vige la pura legge della conservazione, quella per cui “homo homini lupus”. Ma non tutti la applicano allo stesso modo e, anche nel post-apocalittico, esistono i cannibali ed esistono i “buoni”, come il padre e il figlio. Che sono “portatori del fuoco” e cercano in tutti i modi di raggiungere il mare.

Tratto da Cormac McCarthy, The Road dell’australiano John Hillcoat è un film duro ed estremo, che poco aggiunge al bellissimo romanzo premio Pulitzer 2007. Il regista mette in scena gli accadimenti cercando di “tradurre” l’atmosfera del libro soprattutto con una fotografia dominata dal marrone e dal grigio, e con la scabrosità delle scene. The Road ondeggia tra generi, avendo come base ovviamente tutto l’immaginario catastrofista del caso ma inserendoci un buon tocco di horror e di western (che Hillcoat ha già affrontato ne La proposta). The Road però non è un film di genere, né ne utilizza chiaramente uno per riadattare il romanzo. Perciò si trovano solo striature (la scena della gente segregata nella cantina) di tonalità a cui il regista non vuole aderire mai del tutto dal punto di vista strutturale, lasciando spazio alla messa in scena del plot. Questo in qualche modo rende – paradossalmente – un po’ disomogenea la monoliticità del film. In sintesi, ci troviamo di fronte a una trasposizione fedele di un testo senza i Coen dietro la macchina da presa (Non è un paese per vecchi sempre tratto da McCarthy). E la complessa cupezza di La strada rischia talvolta di diventare una tonalità monocorde, come quella della fotografia, nonostante i tanti “codici” utilizzati.

 Al di là di tutto, forse proprio per questo il film ha una sua strana personalità e non si può dire che Hillcoat abbia realizzato un lavoro che lascia indifferenti. Oltre tutto, The Road racconta bene la dinamica padre-figlio, la crescita del bambino e soprattutto le differenze di cui i due sono portatori. Il padre (il magnifico Viggo Mortensen), memore di un’esistenza differente, è del tutto proteso alla difesa e a reagire agli attacchi di un mondo senza pietà. Suo figlio, nato dopo la “fine del mondo”, è invece portatore di una speranza più alta, di una moralità che ricomprenda la pietà e la generosità, come si vede negli episodi con il vecchio viandante e con l’uomo di colore. Mentre però i Coen, rileggendo e stilizzando di più (si pensi allo straordinario personaggio di Bardem-Chigurh) riuscivano a utilizzare pienamente la capacità di sintesi narrativa del cinema per far emergere la perturbante profondità di McCarthy, The Road, che è molto più calligrafico, perde parte della sua forza, anche visiva. Nel film non ci sono grandi picchi e il regista ha bisogno di indugiare sulla denigrazione, su membra sgraziate e corpi nudi, con momenti cruenti che ricordano Non aprite quella porta, o L’ultimo posto sulla terra di Aristakisjan. Film di buona mano ma non di genio, The Road tiene la presa senza spiccare il volo. Va bene anche così: il materiale di partenza non è di quelli che si trovano a ogni angolo. La colonna sonora dei conterranei Nick Cave e Warren Ellis, invece, è davvero un po’ sotto tono.

The Road, di John Hillcoat, USA, 2009, 111 minuti

Giulia non esce la sera

Ci sono film che ti riconciliano col cinema italiano. Questo è uno di quelli. Un film vivo, ricco di spunti interessanti. Al di là della straordinaria prova degli attori, la regia è perfetta e mai banale (stupendo l’abbraccio tra i protagonisti fuori dal carcere). Avevo paura che fosse il solito film fighetto con attori di richiamo. Invece personalmente l’ho trovato molto bello.
Sui titoli di coda il pezzo dei Baustelle “Piangi Roma” dove una strofa recita: “mi manchi tu / i tuoi lp / Battisti e Mina”
Devo dire altro?


TRAMA
Guido è uno scrittore di successo, con il suo ultimo libro è entrato nella cinquina dei finalisti di un prestigioso premio letterario. Mentre è alle prese con gli impegni che la candidatura del suo romanzo comporta, inizia a frequentare una piscina e decide di imparare a nuotare, realizzando così un desiderio che coltivava da tempo. Lì incontra Giulia, una donna molto affascinante, soprattutto quando è nel suo elemento: l’acqua. Tra Guido e Giulia nasce una relazione che da subito però rivela delle zone d’ombra. Perché Giulia nasconde un segreto, e un passato misterioso.

Perché vederlo
Per ridare fiducia a un cinema italiano che non si piega alla furbizia di quello più commerciale e ha il coraggio di raccontare personaggi scomodi e storie in grado di far ‘lavorare’ la mente e il cuore.