Creation, il lato oscuro e straordinario di keith Jarrett

da allaboutjazz

 “Con Creation, tuttavia, Jarrett evita tutti i costrutti prevedibili con una scelta  che è in gran parte oscura, pensierosa, l’antitesi assoluta del virtuosismo conclamato …”

With Creation, however, Jarrett eschews all such predictable constructs with a program that’s largely dark and brooding, heavily based on chordal constructs and sparse melodies, and the absolute antithesis of overt virtuosity…even though only a pianist with the kind of exceptional mastery of his instrument as Jarrett could create a suite such as this—a suite, impeccably mastered, where the dynamics range from the softest pianissimo to the most dramatic fortissimo. There are brief moments where Jarrett lets his virtuosity shines through, such as the beginning of “Part V,” but it’s only for a brief moment as the pianist settles into one of the album’s most poignant, lyrical passages. …

allaboutjazz

Keith Jarrett Trio: the last concert (30/11/2014)

Una persona di mia conoscenza è riuscita ad essere testimone di uno dei più grandi eventi del jazz: l’ultimo (non annunciato) concerto del Trio di Keith Jarrett. Ecco il suo racconto per tutti quelli che il Trio l’hanno amato. Per tutti quelli che amano il jazz.

Jarrett, Peacock e DeJohnette
l’ultimo concerto del Trio (di Roberto Timo)

Lo Steinway gran coda è lì, imponente, nero e lucido come una Limousine. Ai suoi piedi, adagiato su un fianco, il contrabbasso sembra un mobile antico di ciliegio; poco più in là la batteria è un castello di metallo che sbrilluccica alla tenue luce di scena con vampate color rame. Il palco deve ancora prendere vita, ma gli strumenti, apparentemente sonnolenti, sembrano fremere al pensiero delle «carezze» che tra poco li risveglieranno. I bicchieri dell’acqua sono già stati riempiti, l’asciugamano, nero, è appoggiato sul bordo del piano, il pubblico comincia a riempire la sala. Sembra una serata come tante altre, ma non lo è. Perché qui, stasera, per il jazz si chiude un’epoca.

Segnatevi questa data: domenica 30 novembre 2014. È l’ultimo concerto di Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack DeJohnette, il Trio che all’inizio degli Anni 80 ha reinventato il modo di suonare gli standards e per oltre trent’anni ha regalato meraviglie, pescando diamanti da quella splendida miniera che è il Great american songbook. Ora siamo arrivati all’epilogo. Perché? Perché la vita è come una canzone. Il tempo lo puoi cambiare, puoi dargli più o meno ritmo ma non lo puoi fermare. E prima o poi la canzone finisce. Gary va per gli 80, Jack ne ha compiuti 72 in agosto, Keith nel prossimo maggio arriverà a 70. Sono ancora in forma ed è per questo che è giusto chiudere qui. Continueranno ognuno con i propri progetti musicali, ma il Trio chiude oggi. Sono musicisti intransigenti che amano la perfezione, persone che non barano, che non si cullano sulla fama acquisita. Quel che deve succedere, succede. Lo dice la natura, prima che sia troppo tardi.

Sono i migliori della storia? Non chiedetelo a noi. Non siamo critici musicali, grazie al cielo, e la risposta è nei settemila chilometri che abbiamo volato per essere qui stasera, in questa brutta città del New Jersey famosa solo per essere tra le più violente degli Stati Uniti. L’anno scorso Newark ha seppellito 111 morti ammazzati e quest’anno ci arriverà vicino. Due li hanno stesi ieri notte in due distinte sparatorie. Forse l’unica cosa decente è questa Prudential Hall, sala dall’acustica perfetta in cui oltre tremila persone sono in attesa che il concerto inizi. Christian McBride, ottimo bassista e direttore artistico del New Jersey Performing Art Center, annuncia il Trio: «Uno dei più grandi della storia del jazz e dell’improvvisazione».

Le luci si spengono, entrano Jack e Gary affiancati, quasi abbracciati, li segue Keith che va al microfono. «Nel 1983 ci siamo trovati in studio a New York, in poche sedute abbiamo registrato i primi due album di standard. E ci siamo detti “forse ne faremo altri, forse faremo qualche concerto”. Non pensavo che sarebbe successo per trentadue anni». A suo modo un commiato, ma il pubblico non lo sa perché l’addio del Trio rimane nel non detto. Nessuno lo ha mai ufficializzato, sui giornali non è mai stato scritto e il management del Trio non ha messo in piedi nessuna operazione commerciale. Qui c’è gente seria. Per la prostituzione intellettuale che ha rovinato la musica e l’arte, facendo apparire come giganti dei mediocri incapaci, non c’è spazio.
Ma il Trio sa che non ci sarà un domani e lo sappiamo anche noi. «Suoniamo ogni volta come se fosse l’ultima» ha sempre detto Jarrett a chi gli chiedeva il segreto della longevità del Trio. Ora l’ultima volta è arrivata. Non so se anche loro hanno nello stomaco quella specie di farfalla da «notte prima degli esami», speriamo di no.

I tre prendono posto. Jack impugna le bacchette, Keith china la testa come per concentrarsi, Gary abbarbicato sul suo sgabello ripete il «rito», la mano destra si alza, il pollice si appoggia alla tempia e le altre dita «spazzolano» la fronte, quasi a pulire la mente e lasciare spazio solo alla musica. Lo facciamo anche noi, ah se queste dita scacciassero quel brutto pensiero che ci tormenta. Ma niente, il tarlo è lì. È l’ultimo concerto. E allora proviamo a concentrarci. Le note di Jarrett sono delicate e introducono You Go To My Head, brano scritto nel 1938 da Fred Coots e Haven Gillespie. Gran bel pezzo per aprire la serata e andare subito alla testa di chi ascolta. Il miracolo di empatia si compie ancora una volta, i tre suonano come si deve. Noi ascoltiamo come non si dovrebbe. Ah, quel tarlo è sempre lì che ci gira in testa. Poi parte Four Brothers che con i suoi ritmi veloci dà la scossa, Gary accompagna il suono con l’espressione rapita di chi si gode in pieno la musica che suona e che ascolta, e nei passaggi più ostici che caratterizzano il pianismo di Jarrett sul suo volto si accende un sorriso di estasi.

continua sull’Adige

Keith Jarrett abbandona il concerto di Parigi (4/7/2014)

Ho fatto un viaggio lungo per andarlo a vedere. La sala Pleyel è stracolma . Il mitico Keith è accolto da ovazioni non appena entrato. L’attacco è carico di energia, ma cominciano subito i primi attacchi di tosse da svariate parti del pubblico. Si capisce subito la piega che prenderà il concerto,Jarrett si ferma più volte rivolgendosi alla platea quasi infastidito. Come se volesse sottolineare che sta dando tanto per rendere la serata unica, ma che i continui colpi di tosse distruggono la sua concentrazione, e di conseguenza la musica che sta creando. Si dirà che è lì per suonare, ma questa è solo una parte della verità. Il primo set si chiude con due pezzi che definire “meravigliosi” è dir poco. Il genio è lì, immobile nella ricerca continua che lo contraddistingue ad ogni concerto.

Il secondo set sarà diverso, i continui rumori renderanno la sua musica meno limpida. Poi il finale inevitabile. Su uno dei pezzi più grandiosi della serata si alza dal pubblico uno dei più grandiosi colpi di tosse mai sentiti nella mia esperienza live.
Jarrett si blocca e discute con lo spettatore. Esce dal palco e interrompe il concerto. Non bastano 20 minuti di applausi per farlo tornare. Lui si affaccia sul palco è annuncia: “la musica è finita”. Bordate di fischi. Parigi, forse, non lo merita (ai lettori l’ardua sentenza di questo finale).

Qui la recensione su Le monde

 

 

Keith Jarrett se ne va….( l’altra sera, a OSAKA, ha lasciato il palco)

Ecco la notizia data da un giapponese:
Jarrett came to Osaka to play. He started playing and someone in the audience made a noise that disturbed him /interrupted his concentration. He tried to several times to start again, but kept being distracted by the audience. Finally he just left. The audience then started protesting because he was the only act

The jazz pianist has cheesed off his Japanese fans again, mocking them from the stage and walking off in mid-concert.
This time, though, they sent an animated video of the incident to news media. You don’t need much Japanese to see what’s going on. Watch.

fonte qui

Second Keith Jarrett and Charlie Haden duo album “Last Dance”

…to be released in June 2014

Another duo album with Charlie Haden will be released in June 2014.

“The material featured on the album includes ‘’Round Midnight’, ‘Dance of the Infidels’, ‘My Old Flame’, ‘My Ship’, and ‘It Might As Well Be Spring’ as well as ‘Everything Happens To Me’ and ‘Every Time We Say Goodbye.’

Alternate takes of Jasmine tracks ‘Where Can I Go Without You’ and ‘Goodbye’ also feature.”

The album is already listed on Amazon with a release date of June 17, 2014.

from keithjarrett.org

 

NO END: TORNA KEITH JARRETT CON UN INEDITO DEL 1986

Jarrett2

Inaspettato, ecco arrivare un nuovo disco di Keith Jarrett per ECM. Si tratta di un doppio album che, sorpresa, risale al 1986 e, seconda sorpresa, è stato registrato dallo stesso pianista nella propria abitazione. Terza sorpresa, è inciso – anzi, sovrainciso – in totale solitudine: Jarrett si esibisce, nell’ordine indicato sul retro, su chitarre elettriche, basso elettrico, batteria, tablas, percussioni, voce, flauto dolce e (ma non in modo così predominante) pianoforte. Continua a leggere “NO END: TORNA KEITH JARRETT CON UN INEDITO DEL 1986”

Happy birthday Mister Keith Jarrett: 68 anni e rimani il numero uno.

Una volta uno spettatore urlò a Keith: “you are the best!!!!!”, e lui rispose “the best of what?”.
In questo scambio di battute mi è rimasto impresso cos’è l’artista Jarrett, oltre la sua musica. Qualcuno sostiene che è detestabile, qualcun’altro genio assoluto, qualcun’altro lo ama a prescindere.
A me piace ricordare che nell’ultimo concerto (magnifico) a Dublino, dal  pubblico qualcuno gli ha rimproverato di non aver  più fatto concerti nella capitale irlandese per oltre 30 anni. E anche lì l’immancabile sarcasmo del “divino”: “io comunque mi ricordo cosa ho suonato quella sera, tu probabilmente non c’eri”.
Per questi “vezzi” d’artista e altro ancora potrà essere dimenticato, ma non per la sua musica.
A me ha regalato momenti musicali che non ho trovato da nessuna parte, attimi di chi ha dedicato la vita al pianoforte per manifestare la sua grandezza a chi lo ascolta. Jarrett è oltre il jazz, e oltre il concetto di musica tradizionale, e questa sensazione si rinnova in ognuno dei suoi live. Grazie mister Jarrett, ci vediamo a juan les Pins questa estate. Invecchi meglio di tutti e per questo continuerò ad urlarti : “you are the best”…

Frase del giorno, su Jarrett a Genova

 “Il caro e temuto Keith che in concerto non fa mai la stessa cosa due volte. E quando cerca lo spazio per fare più bella una canzone già famosa di suo, viene voglia di trafiggerlo per quanto è sideralmente lontano da noi. Dalla nostra incapacità di dire le verità più importanti con semplicità. Provate voi a dire qualcosa di sensato e romantico dopo aver ascoltato Jarrett. Anzi, lasciate perdere. In fondo quelli come Keith ci sono apposta.”

http://www.ilsecoloxix.it/

Keith Jarrett, Tokyo, 5 may 2012

Thanks to john, great review

Great Concert in Tokyo last night.



First set had 6 improvisations 



1. A Rhythmic exposition similar to Rio pt 1/Carnegie pt 1.



2. A piece that was very soft and beautiful, had a chime feel to it at times, and really was spectacular.



3. Flamenco/Spanish into a driving bass/semitonal exploration.



4. Ballad, up tempo, middle register.



5. Deconstructed Bebop, EXTREME 2 hand unison soloing, with bass flourishes.



6. Blues, but not the typical style. Quite unique. 



Second Set



7. Pentatonic Explorations



8. A piece that really demonstrated the sonic capabilities of the Steinway. Very multi tonal, lots of pedal flourishes.



-awkward applause, is he done? –

Keith makes a gesture that he was undecided whether or not he was done. then looks at the audience, smiles, and says ‘energy.’



9. Deconstructed blues, very heavy in the lower register of the piano, very rhythmic, one of my favorites.



10. Another ballad, but more slow and touching.



11. Piece de resistance. Searches for a minute, plays the inner working of the piano, then decides on an octave repetition between bass and melody that he builds into what I thought was the best piece of the night.



Encores



12. It’s a lonesome old town



13. Carolina Shout.



14. Another Improvisation that had me confused. It seemed like it was a song that i wasn’t familiar with. I guess it is a song now. 



The audience was fabulous, you could hear every nuance of the Piano because of the concerted effort of a sold out crowd to create a wonderful environment for music.

Frase del giorno, Jarrett per Buttafuoco

” Anni fa, quando ascoltai per la prima volta il primo set di La Scala, lo ricordo come oggi, mi innamorai perdutamente di Jarrett. Capii che, nonostante di musica ne avessi masticata tanta fin da bambino, ero finalmente entrato in una dimensione che era la mia, l’ideale, per me.
Non mi sono mai posto se fosse innovativa, per me è l’assoluto”

Keith Jarrett, review Carnegie 25/1/2012 (The New York Times)

MUSIC REVIEW New York Times

Rituals Must Be Observed By Those Onstage and Off

Keith Jarrett in his solo concert at Carnegie Hall on Wednesday.

There’s an overwhelming sense of ritual behind any solo piano concert by Keith Jarrett: a set of expectations and behaviors, often unspoken but widely understood. To the extent that it’s a code, it involves both the artist and his audience, and especially the transaction between the two. Since the 1970s, when Mr. Jarrett first earned a reputation for sustained, spontaneous rhapsody, he has trained his concertgoers to gather as congregants, complicit witnesses to his search for illumination. Also: no cameras. No coughing. No, seriously.

At Carnegie Hall, where Mr. Jarrett appeared on Wednesday night, these issues tend to come into sharp relief. His previous concert there, almost exactly a year ago, was by all accounts a peevish affair, pockmarked by complaints from the stage. This time a preconcert announcement pleading for the suppression of coughs sent a ripple of knowing laughter through the hall; a while later Mr. Jarrett, interrupting his performance, addressed the matter himself, adding one more layer of ritual, that of atonement.

Or something to that effect. “Everything I’ve ever said, I apologize for,” he said with an impish grin, after divulging that he was wearing an outdated, uncomfortable pair of pants, errantly plucked from the closet on his way out the door. He thanked those who had never let his words, or the ensuing criticism, color their view of his music.

Right, the music. Mr. Jarrett’s standard for solo-piano performance is dauntingly high, maybe now more than ever: “Rio,” the album he released last year, is an outright astonishment, as is “The Carnegie Hall Concert,” recorded in 2005 and released in ’06. Blame the pants or the muse, but Mr. Jarrett had to work hard to get to an equivalent plateau on Wednesday. In the first half, when most of his inventions clocked in at an uncannily precise five minutes, he often seemed to be rolling a boulder uphill.

Of course, even in the struggle there were moments of breathtaking artistry; Mr. Jarrett, with his exquisite touch and exacting intuition, doesn’t settle for much less. He began with a dissonant overture, rummaging with both hands around the piano’s lower register; what eventually emerged was a trancelike vamp over an Eastern scale. There was more to come in this vein, along with a few murmuring ballads, a brief gospel excursion and an outlying burst of atonal shrapnel. (“What is it about me that’s bothered by coughing,” he chuckled afterward, “when I’m playing something as ridiculous as that?”)

Whatever happened at intermission was salutary. Mr. Jarrett opened the second half with a song of deep yearning, with a more resonant touch and greater internal structure than anything that had come before. He followed this with an in-the-pocket groove, syncopating open fifths with his left hand; another gospelish piece, silvery and sure; a devastatingly pretty miniature suffused with dreamlike tremolos; and a ballad of somber beauty, its harmony shifting like a cloud formation. He stopped himself two minutes into a rousing but banal 12-bar blues, exercising a right as the keenest critic of his own work. When he resumed, his tack was more harmonically restive, and driven by tough, grinding rhythm.

The encores, as usual, were stunning: a soulful groove tune; a gleaming, Copland-esque ballad; and pristinely lyrical readings of “Miss Otis Regrets” and “It’s a Lonesome Old Town.” A great, worshipful clamor arose after each of these: the standard protocol, and the one that made the most sense.

1 ottobre nuovo cd di Keith Jarrett

"Rio" cover

“Rio” cover

Keith Jarrett’s next album, a recording of the April 9, 2011 solo concert in Rio de Janeiro, and will simply be called “Rio”. It is also interesting to note that it is going to be a 2-CD set (meaning that it will include the entire concert?). Update (August 29, 2011). According to Amazon Germany, “Rio” will be released on October 1, 2011.

keith jarrett, ANSWER ME, MY LOVE ( di Angelo Ghidotti)

Clamorosa recensione del concerto di Jarrett a Milano…

Keith Jarrett Trio, Milano, Teatro Arcimboldi, 21 luglio 2011 Ero tornato da Juan les Pins piuttosto deluso. Il concerto alla Pinede Gould quest’anno era sembrato – a me e agli amici di sempre – fiacco e impreciso. Stanno invecchiando, ci siamo detti. Non lo seguiremo ancora per molto, ci siamo ripetuti. L’amarezza è stata addolcita solo dal secondo e terzo giro di crepes della serata. Poi, da Napoli due giorni dopo Enzo mi racconta di un San Carlo in estasi. Vuoi vedere che invece. E allora, a Milano ci vado con molti dubbi ma qualche attesa. Anche perché non ho mai messo piede agli Arcimboldi. Alla fine di un pomeriggio inondato di luce attraverso Milano già un po’ in vacanza per atterrare all’Harry’s bar fuori dalla biglietteria, dove l’ultimo tavolino di fuori l’ha appena preso Manfred Eicher con la sua chioma bianca e fluente nonostante i quasi settanta’anni. E’ un po’ straniante un teatro così europeo nel borgo di Greco, mi sembra di essere all’Auditori di Barcellona o alla Philarmonie di Berlino. Molto bello, fuori e dentro. Sono nella galleria alta, il palco è un po’ lontano, effetto terzo anello di San Siro, ma si sente benissimo. Jarrett – camicia rossa rossa – Gary e Jack entrano alle nove e un quarto. La sala non è proprio piena. Attacca con una bella versione di All of you. Bene, sembra tonico, ci diciamo. Poi, Summertime, che aveva già fatto a Juan, ma con tutt’altro piglio. Ehi, sembra serata. Continua con Stars fell in Alabama – pezzo con non riconosco mai se non mi aiuta Giangi -, poi un pezzo blues che non identifichiamo, e finisce il primo set con I’gonna laugh you right out of my life. Applausi convinti. La solita batteria un po’ invadente di De Johnette e il basso di Peacock che ormai è un po’ evanescente – ma Jarrett è in forma. Energico, scattante, suona in piedi e si contorce come ai bei tempi, piazza delle scale a velocità stellare e poi fa cantare il piano. E’ un piacere aspettare il secondo tempo, stasera. Anche perché poi riesco a infilarmi in platea, quinta o sesta fila, dove Enzo mi segnala qualche posto libero. Si riparte con una interlocutoria Life is just a bowl of cherries, giusto per mescolare le carte. Seguita poi da una meravigliosa, emozionante Answer me my love, suonata con una delicatezza e ricchezza di sfumature e un tocco sublime che mi commuovono. E infatti, alla fine del pezzo l’applauso non finisce più. Segue Solar, con un lungo assolo un po’ esitante all’inizio di Jack, e poi una straordinaria versione di When will the blues leave, così diversa da tutto il resto della serata, quasi free nella sua libertà, trascinante e selvaggia. Gary si trasfigura e va in estasi nel corso del pezzo. Difficile riprendersi dopo. Ci vuole qualcosa di un po’ leggero. Tennessee Waltz è perfetta, certo non per quelli che l’hanno sentita cinquanta volte, ma la sala apprezza. I tre vecchietti si alzano, ringraziano il pubblico osannante e escono. Nonostante molti flash, ritornano in scena più volte finche non si risiedono, prima per la classica Things ain’t what they used to be, e una seconda volta. Noi pensiamo che ovviamente faranno la solita chiusura con When I fall in love, ma Jarrett decide di deliziarci con Once upon a time. Puro piacere. La gente si alza in piedi. Applaude, pesta i piedi, urla, fischia. Fotografa. Jarrett non fa una piega. Un ultimo inchino poi si accendono le luci. Sono le undici e venti. Steve appare sul palco, con una barba bianca incolta, ci dice che Jarrett stasera non riceve nessuno perché l’aeroporto sta per chiudere. ‘Please, tell him it has been a wonderful one’. ‘Ok, see you in Spain’. Nei sei concerti di questa tournèe estiva – Copenhagen, Strasburgo, Parigi, Juan, Napoli, Milano – ha suonato pezzi sempre diferenti. La sua memoria musicale è mostruosa. Vedo facce sorridenti, sorprese, ‘ma che bello!’ qualcuno dei neofiti mi dice ‘ma di solito non fa lo stronzo?’, Enzo è raggiante come me, amici arrivano per dire la loro soddisfazione, ‘ è la prima volta che lo sento, sono strabiliato!’, Giangi fa come al solito il purista – ‘se non avesse fatto quella versione di When will the blues sarebbe stato un concerto inutile, vuoi mettere i concerti degli anni ’80, per esempio Den Haag dell’86…’. Lo perdoniamo. Ha sentito 120 concerti di Jarrett. Può permetterselo. Ma poi che bello rimanere lì fino a tardi davanti al teatro a capire che non c’è nessuno in giro come lui, che la nostra passione non è finita. Che dopodomani c’è Barcellona e non ci andiamo solo per le tapas del Bilbao Berria. Dietro di noi, Stefano Bollani commenta il concerto. Non sentiamo cosa dice. Sono andato nell’ultimo mese tre volte a sentirlo, in solo, in trio, in chiacchiere musicali. Bravo, niente da dire, divertente, istrionico. Curiosità, anche attesa, vediamo cosa vuol fare. Affetto, è italiano. Ammirazione, la tecnica è straordinaria. Ma l’amore è un’altra cosa.

— Setlist

All of you

Summertime

Stars fell in alabama

Blues?

I’gonna laugh you right out of my life

Life is just a bowl of cherries

Answer me my love

Solar

When will the blues leave

Tennessee waltz

Things ain’t what they used to be

Once upon a time

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