Keith Jarrett Live with “Dylan”

Lay Lady Lay, Keith Jarrett Trio
Keith Jarrett, Bob Ventrello and Gus Nemith
recorded live on September 15, 1969

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Murakami e il Jazz

Paolo Mauri per La Repubblica

Comunque, nel 1981, Murakami vende il suo jazz bar, cosa che ricorderà in A sud del confine, a ovest del sole (1992) quando il protagonista Hajime diventa ricco grazie a due jazz club. Scorrendo l’elenco dei ritratti in jazz ci si accorge che Murakami Haruki ha rivissuto e amato la storia del jazz come un americano nato nei primi decenni del Novecento. La tromba di Louis Armstrong suona ancora per le strade, ma poi il jazz impazza nei locali notturni: Chet Baker, Benny Goodman, Charlie Parker, ma anche Duke Ellington, Nat King Cole e perfino Glenn Miller…

 

Quando Miller richiamato alle armi moriva sul canale della Manica durante la Seconda guerra mondiale Murakami Haruki non era ancora nato: è del ’49, ma per sua fortuna le registrazioni dell’orchestra diretta da Miller sono molte e in questo modo è riuscito ad assaporare un’atmosfera che non avrebbe mai potuto vivere. Così come si è appropriato della musica occidentale, classica e jazz, Murakami ha fatto con la letteratura: ha esplicitamente ammesso il proprio debito con Raymond Carver (da lui tradotto in giapponese) con Orwell, Scott Fitzgerald e naturalmente con classici come Dickens.

Ma l’elenco sarebbe lungo. La nostra letteratura trapiantata in Giappone ha attecchito senza problemi, come capita anche agli alberi che nel corso del tempo hanno viaggiato moltissimo mettendo solide radici. D’altra parte il processo di rapida (e non sempre indolore) occidentalizzazione del Giappone nel Novecento è un fenomeno sotto gli occhi di tutti. Murakami ha inserito nelle sue trame il gusto per il fantastico e per i mondi paralleli (cosa che alcuni gli rimproverano). Ma bisogna a mio avviso tenere presente che con grande abilità lo scrittore giapponese opera una sintesi in cui entrano anche graphic novel e cinema, sicché non c’è da stupire se i suoi romanzi hanno una colonna sonora.

Proprio come i film. D’altra parte non è fortemente cinematografico l’inizio della trilogia 1Q84? Il lettore incontra la giovane Aomame su un taxi bloccato dal traffico mentre la radio trasmette la Sinfonietta di Janácek. Una scelta raffinata. Restando ai classici, nell’Uccello che girava le viti del mondo (1994-95), uno dei più bei libri di Murakami, avevamo incontrato Il flauto magico di Mozart e in Kafka sulla spiaggia Beethoven. Ma già in Norwegian Wood. Tokyo Blues (1987) la musica è presente in molte pagine ed è in particolare, ma non solo, quella dell’universo giovanile del ’68, con in testa i Beatles.

MURAKAMI HARUKI muraMURAKAMI HARUKI MURA

E i gatti? Beh, davvero non mancano. In Kafka sulla spiaggia c’è un personaggio demoniaco che cattura i gatti, nell’Uccello che girava le viti del mondotutto comincia con la sparizione di un gatto cui segue la scomparsa della moglie del protagonista, in 1Q84 Tengo, il protagonista maschile, parla di un “Paese dei gatti”. E nella raccolta di racconti I salici ciechi e la donna addormentataun racconto si intitola I gatti antropofagi. Insomma Murakami Haruki, scrittore “post”, si porta dietro predilezioni e ossessioni di libro in libro e mentre l’Occidente si sente da tempo al tramonto lui lo reinterpreta con la freschezza del neofita, come se tutto ciò che è già accaduto potesse ancora e per la prima volta accadere.

2- JAZZ WRITING
Da La Repubblica – Murakami Haruki

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Mi rendo conto che al mondo ci sono tanti modi migliori di ascoltare il jazz, ma io preferisco farlo così, rannicchiato come una talpa in questa confortevole tana. La mia visione del jazz è molto simile, molto vicina a questo particolare suono, cioè è la mia visione individuale, personale. Credo che non evolva quasi. E dato che la nostra memoria per lunghi periodi gira sempre intorno agli stessi punti focali, finiamo col perdere di vista il corso degli eventi.

Di conseguenza, se qualcuno di voi non fosse d’accordo con le mie osservazioni sui musicisti jazz presi in considerazione qui, non dia troppa importanza alle mie parole. Semplicemente mi sono divertito ad ascoltare dei brani musicali, e poi a scriverci qualcosa sopra. Se la cosa funziona e riesco a farvi sentire quella sorta di calore che provo nella mia tana, nulla potrebbe farmi più piacere.

Keith Jarrett e John Coltrane non fanno parte della lista, ma vi prego di considerare quest’assenza un aspetto terribilmente raffinato del libro. La musica di Chet Baker aveva un inconfondibile profumo di giovinezza. Molti sono i musicisti che hanno impresso il loro nome sulla scena del jazz, ma chi altri ci ha fatto sentire con tanta intensità il soffio della primavera della vita?

Nel suo modo di suonare c’era qualcosa che faceva nascere in petto un ineffabile, lancinante dolore, delle immagini e dei paesaggi mentali che soltanto la qualità del suo suono e il suo fraseggiare sapevano trasmettere. Purtroppo però perse in breve tempo questa particolare facoltà. Senza quasi che ce ne accorgessimo, il suo splendore venne inghiottito dalle tenebre, come la bellezza di una notte di piena estate. E il degrado a cui inevitabilmente conduce l’abuso di droghe gli piombò addosso come un debito andato oltre la data di scadenza. Baker assomigliava a James Dean.

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Gli assomigliava nei tratti del viso, ma anche nella natura carismatica e al tempo stesso distruttiva della sua esistenza. Entrambi divorarono voracemente un pezzo della loro epoca, e il nutrimento che ne trassero lo donarono con grande generosità al mondo, senza trattenerne nulla. Il mio primo incontro con il modern jazz avvenne al concerto Art Blakey and the Jazz Messengers, del 1963. Il luogo era la città di Kobe, io andavo alle medie e quanto al jazz non sapevo nemmeno che genere di musica fosse.

Ma per qualche misteriosa ragione mi incuriosiva, così mi procurai un biglietto e andai al concerto. All’epoca accadeva talmente di rado che un famoso musicista straniero venisse in tournée in Giappone! Ricordo che era una fredda giornata di gennaio. Quella sera compresi veramente la musica che sentivo? Forse era un po’ troppo difficile per me. In quel periodo ascoltavo soprattutto rock and roll, sia alla radio che sui dischi, al massimo arrivavo a Nat King Cole, quindi il mio livello musicale era evidentemente diverso. Quella volta sul palco vennero suonate It’s only a Paper Moon e Three Blind Mice.

Conoscevo già entrambe le canzoni, ma nell’esecuzione dei Jazz Messengers erano molto lontane dalla melodia originale. Non riuscivo a capire perché la melodia dovesse venire spezzata e stravolta in modo così totale, non ne comprendevo la ragione, il criterio fondamentale e la necessità. Insomma, il concetto di improvvisazione non esisteva negli scomparti della mia conoscenza. Eppure c’era in quel concerto qualcosa che mi colpì, che mi commosse. Tornai a casa come in trance.

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Fino a oggi mi sono appassionato a molti romanzi, mi sono dedicato a molta musica jazz. Ma in conclusione per me “il romanzo” è Scott Fitzgerald, e “il jazz” è Stan Getz. Pensandoci bene, questi due personaggi hanno forse alcuni aspetti in comune. Nella loro arte si possono ovviamente trovare dei difetti, lo riconosco senza problemi. Ma probabilmente è il prezzo da pagare in cambio della loro bravura, dell’impronta eterna che ci hanno la- sciato. Ed è proprio per questo che insieme alla loro bravura, amo allo stesso modo i loro difetti. Ero sicuro di averlo sentito cantare anche South of the Border, e con questo ricordo in mente ho scritto il romanzo A sud del confine, a ovest del sole.

Miles DavisMILES DAVIS

Peccato che in seguito qualcuno mi abbia detto che South of the Border non è mai stata nel repertorio di Nat King Cole (perlomeno non ne ha lasciato registrazione alcuna). Incredulo, ho consultato la sua discografia, e con mia grande sorpresa ho scoperto che in effetti quella canzone nonc’era. Ha inciso moltissimi album di musica latino-americana, ma South of the Border no, mai. Il che significa che ho scritto un intero romanzo basandomi su qualcosa di inesistente. Nella vita di qualunque persona c’è una “giornata perduta”. Una giornata in cui sentiamo di “aver superato un limite oltre il quale qualcosa dentro di noi è cambiato, e non torneremo mai più a essere quelli di prima”.

Quel giorno, avevo camminato a lungo per la città. Da una strada all’altra, da un tempo all’altro. Era una città che conoscevo bene, eppure l’avvertivo estranea. Fu soltanto quando si fece buio che pensai di andare in un bar e bere qualcosa di forte. Avevo voglia di un whisky con ghiaccio. Continuai ad avanzare lungo la stessa strada finché non trovai quello che sembrava un jazz bar, aprii la porta ed entrai. Era un locale lungo e stretto, con un bancone e tre tavolini, e nemmeno l’ombra di un avventore. La musica era jazz. Mi sedetti su uno sgabello al bancone, e ordinai un doppio bourbon.

Mentre l’alcol mi scivolava giù per la gola, pensavo: «Qualcosa dentro di me è cambiato. Non sarò mai più quello di prima». – C’è un brano che desidera ascoltare in particolare? mi chiese poco dopo il giovane barista, venendo a mettersi davanti a me. Alzai il viso e provai a riflettere. Un brano che volevo ascoltare? Ora che me lo diceva, qualcosa che mi avrebbe fatto piacere magari c’era. Ma che genere di musica era adatto a quel posto? Mi sentivo del tutto perduto. « Four & More », dissi dopo averci rimuginato un po’ su. Il barista estrasse l’album e lo posò sul piatto del giradischi. Era proprio la musica di cui avevo bisogno.

 

Lo penso ancora oggi. Penso che era esattamente il disco che dovevo ascoltare in quel momento. La performance di Miles in quell’album è profondamente amara. Il tempo che ha scelto è stranamente veloce al punto da risultare aggressivo. Con il ritmo cesellato da Tony Williams in sottofondo, assennato come una candida luna di tre giorni, Miles conficca senza pietà il suo cuneo magico nelle incrinature dell’animo. Non chiede nulla né prende nulla. Nella sua musica non si può cercare compassione, né riceverne sollievo.

Da giovane ascoltavo spesso le performance che lei incise per tutti gli anni Trenta fino alla metà degli anni Quaranta. Era incredibilmente immaginativa, la sua capacità di alzarsi in volo faceva strabuzzare gli occhi. Il mondo danzava lo swing insieme a lei. La terra stessa dondolava. Non sto esagerando. La sua non era arte, era magia. Invece non percepivo una grande passione, quando ero giovane, nelle sue performance più tarde, dell’epoca in cui aveva ormai rotto la sua voce e logorato il suo corpo con l’abuso di droghe, e incideva dischi per la Verve. Forse era troppo lontana dalla mia anima.

 

Soprattutto le registrazioni a partire dal 1950 per me erano troppo penose, pesanti, patetiche. Da quando ho compiuto trent’anni, però, e man mano che procedevo verso i quaranta, ho iniziato ad apprezzarle e a metterle sempre più di frequente sul piatto del giradischi. Senza che ci facessi caso, il mio spirito e il mio corpo hanno iniziato a cercare quella musica. Dunque: cosa sono riuscito a sentire nel modo di cantare in un certo senso frantumato della Billie Holiday dell’ultimo periodo? Ci ho riflettuto molto. Cosa c’è lì dentro che ha la capacità di attirarmi con tanta forza? Può darsi che si tratti di una sorta di “perdono”, questa è la sensazione che provo di recente.

Quando ascolto le canzoni di Billie Holiday degli anni Cinquanta, sento che lei prende su di sé in blocco tutti gli sbagli che ho commesso fino ad oggi, tutte le ferite che ho inferto finora a tante persone attraverso quello che creo, cioè attraverso la scrittura: e mi perdona. Ho iniziato ad amare la musica di Dexter Gordon quando sono entrato all’università.

Mentre gli altri studenti ascoltavano trasognati, nei jazz bar, John Coltrane o Albert Ayler, sui quali intavolavano discussioni infervorate, io andavo in estasi per il bebop vecchio stile. Il primo disco di Dexter Gordon che ho ascoltato era della Savoy, e risale all’epoca in cui Dexter era giovane e si lanciava liberamente, in modo temerario e spontaneo, nei suoi tipici fraseggi. Naturalmente Charlie Parker aveva un suo modo speciale di essere prodigioso. Dexter però era uno dei miei eroi personali.

 

Non so perché, bastava il suo nome a darmi le palpitazioni. Nel suono del suo sassofono potevo sentire “l’odore della polvere da sparo” del jazz. Cosí come il nome Alfa Romeo faceva vibrare il cuore di chi amava le automobili. C’è stato un periodo della mia vita in cui ero fatalmente attratto dalla musica di Thelonious Monk. Ogni volta che ascoltavo il suono particolare del suo pianoforte – che sembra scalfire un duro pezzo di ghiaccio – mi dicevo: «Questo è jazz».

GLENN MILLERGLENN MILLER

Il che costituiva per me un caldo incoraggiamento. Un forte caffè nero, un portacenere pieno di mozziconi, delle grosse casse della Jbl, il libro che stavo leggendo in quel periodo (un Bataille, ad esempio, o un William Faulkner) in mano, il primo pullover dell’autunno, la solitudine di un angolo della città… ancora oggi queste scene dentro di me sono direttamente legate a Thelonious Monk.

Sono scene stupende. Anche supponendo che in realtà non siano legate quasi a nulla, sono conservate in bell’ordine come splendide foto nella mia memoria. La musica di Monk era ostinata e soave, intelligente ed eccentrica, e per una ragione che non capivo bene, nel complesso estremamente precisa. Una musica che aveva un’incredibile forza di persuasione su qualcosa nascosto dentro di noi.

Nat King ColeNAT KING COLE

Era paragonabile a un uomo misterioso uscito dal nulla che appare all’improvviso, posa sul tavolo qualcosa di straordinario, e scompare così, senza dire una parola. È una storia che risale a molti anni fa, ma una volta, quando ero liceale, misi da parte dei soldi e acquistai l’album Song for My Father. Con la mia ragazza passai da un negozio di musica che si trovava nel quartiere di Motomachi a Kobe, e lo comprai. Il disco era pesantissimo. La mia ragazza non aveva un particolare interesse per il jazz, ma trovò la copertina bellissima. Eravamo in autunno, il cielo era sereno, e di nuvole in cielo non se ne vedevano, se non molto in alto, aguzzando la vista.

Ricordo persino questi dettagli. Perché l’acquisto di quel disco costituiva per me un avvenimento importantissimo. A quei tempi la Blue Note non dava licenza al Giappone di stampare i suoi dischi, quindi quello che comprai era necessariamente un articolo di importazione, che mi costò la bellezza di 2800 yen (1 dollaro valeva 330 yen).In un’epoca in cui si poteva bere un caffè per 60 yen, era una discreta somma.

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Al di sopra della portata di un liceale. Così quando riuscivo a procurarmi un disco, l’ascoltavo con tutta l’anima. Come il cane che tiene la testa infilata nella tromba del fonografo, il marchio della Victor, tendevo spasmodicamente l’orecchio a ogni singola nota, alla lettera. Non arrivo a dire che quegli album fossero più importanti della mia ragazza, ma mi stavano a cuore più o meno allo stesso modo. Li toccavo, li annusavo, li guardavo da tutte le parti.

DJANGO REINARHARDT
C’è un film che mi piace molto, French Kiss. Kevin Kline fa la parte di uno strano francese che parla inglese con uno strano accento, e alla fine di una storia complicata riesce a mettersi con Meg Ryan, che è la tipica ragazza americana. Al termine di questo film a lieto fine scorrono i titoli di coda, mentre in sottofondo Kevin Kline nel suo francese nasale canta La Mer (senza accompagnamento). Canticchia con noncuranza, magari è a letto e ha appena fatto l’amore.

ellingtonphotoELLINGTONPHOTO

«Questa è Beyond the Sea, vero? Non sapevo che l’avessero anche tradotta in francese», dice da un angolo Meg Ryan. «No, questa in origine è una canzone francese», le risponde Kevin Kline. «Figurati! Ma se è una canzone di Bobby Darin! Ne sono sicura», insiste Meg . Ho visto il film in un cinema americano, e quella conversazione finale, con solo le voci, l’ho trovata così divertente che quando gli altri spettatori sono usciti sono rimasto seduto e ho rivisto tutto il film dall’inizio alla fine, titoli di coda compresi, naturalmente. E mi è venuta una voglia terribile di ascoltare La Mer suonata da Django Reinhardt.

Keith Jarrett a Napoli (recensione che ho scritto per debaser qualche anno fa)

Keith Jarrett: Napoli, San Carlo 18.05.09

Di breisen

Copertina di Keith Jarrett Napoli, San Carlo 18.05.09

Ci sono teatri vicino al mare. Ci sono persone vicino al mare che lo guardano con sguardo fisso, senza un perchè. Ci sono serate dove vorresti tuffarti nelle note, provare a fare due bracciate e vedere se riesci ad andare al largo. Quella sera non la ricordo più. Mi sembra fosse un lunedì, ma non importa il secolo, l’anno, non importa il tempo. Mi hanno ritrovato vagare per i vicoli di Napoli con aria stravolta. Con l’aria di chi aveva il mare dentro agli occhi. Ma io lo sapevo che quello non era il mare…. perchè le emozioni amano nascondersi dietro alle lacrime, non diventano mare.

Nella mia testa ho dei flash… delle voci,dei sussurri, che mi fanno tremare, come fantasmi. Ricordo di un teatro strapieno, di una entrata trionfale tra gli applausi. Lo vedo: è un omino piccolo, o forse era il pianoforte che era più grande di lui. E a un certo punto erano una cosa sola, un magma che emetteva suonivocicolorisilenzipauseechi di dodecafoniabluesmelodie mai udite da noi mortali. Ma io quell’omino lo conosco,l’ho seguito a Venezia, a Milano a Roma. Si, ha un’aria conosciuta….

Me l’avevano detto: “non andare, rischi di perderti, di non ritrovarti più“. Non avevo creduto che sarebbe potuto succedere.

Il primo seme musicale sembra un omaggio a Napoli, si capisce che il rumore della città è stato rinchiuso in uno spartito, ma forse è solo la suggestione a prendere il sopravvento. Poi parte un blues. Poi una melodia. No, non è una melodia, è il mare che sta invadendo il San Carlo. E’ una musica che fa tremare gli animi, che scuote i fantasmi, che sommerge qualunque pensiero. E’ una musica che forse sta cercando di uscire dal teatro per raggiungere il mare. Alla fine del primo set il concerto potrebbe finire, perché è già stato detto tutto.

La perfezione taglia l’aria. Capiamo tutti di essere in una prigione dalla quale non vogliamo più uscire. Il teatro è lontano mille miglia da tutto ciò che è terreno. Quelle melodie non possono che inchiodarci a una notte che nessuno potrà più dimenticare. Come i pazzi, che hanno in testa cose che le persone normali non comprendono, come i pazzi siamo invasi da note che ci faranno soffrire per il resto della vita. Il secondo set riparte in modo turbolento. Quell’omino sta scandagliando il fondale del pianoforte, scuote le parti in legno dentro al piano, come se non gli bastassero i tasti.

Il mare sale, la gente affoga nelle note e rimane in apnea. Gente incravattata si guarda intorno ma non riesce a vedere più il palco, si sente solo una musica celestiale venire da lontano. Me li ricordo gli sguardi in apnea durante i 5 bis: da Billie Holiday a Over the Rainbow, e lo scroscio ininterrotto degli applausi. Ma io c’ero, eravamo tutti sommersi dal mare, quegli applausi erano scherzi di fantasmi spuntati fuori da chissà quale epoca del jazz.

La gente del San Carlo era sotto un incantesimo, credeva di udire e di vedere un concerto, ma in realtà nulla di quello che stava accadendo aveva attinenza con la realtà.

La fine. L’ultima nota di Over the rainbow. Il San Carlo vuoto. Lui che esce dal palco. C’è chi giura che il pubblico del San Carlo si sia incamminato lentamente verso il mare. E negli occhi di tutti scendesse una lacrima. Ma io quella lacrima l’ho vista scivolare su un sorriso, e il mare sembrava incredulo davanti a tanta umanità.

L’ultimo ricordo è un tuffo, in un silenzio irreale. Ma chi mi ha trovato nei vicoli di Napoli con aria stravolta ha capito che venivo da una esperienza troppo forte per un essere umano.

L’ho scritto su un foglio a penna, il senso delle voci che sento nella mia testa: Keith Jarrett. L’ho dovuto fare per tornare alla realtà.

P.s: dedicata ad Enzo, Angelo, Gianluigi. E a Primiballi che non conosco personalmente, ma leggo sempre con massima attenzione.

Camicie, Baguettes, Pinede, Jazz, 2011

A questa distanza si poteva assistere alle prove del musicista, che per scelta non nomino.

La PInede di Juan Les Pins permette di vedere tutto il check sound a una distanza di pochi metri. MA quelli sono momenti che tengo per me. E’ il primo concerto del trio dove il quarto elemento è il rumore del mare, e ogni tanto come special guest passa un gabbiano a chiudere una superba “Summertime”.

Poi i soliti richiami a non fare foto, la straordinaria reinterpretazione di Billie o Miles, un piano che lancia note sospese tra la luna e il mare. Gli amici, i commenti, i pareri di una serata a tratti magica per il contesto nella quale si è svolta.

Ogni tanto si sogna, vedi arrivare una musica che conosci a memoria ma che non ha tempo. E’ come stare in un sogno, dove tutto è perfetto. Al di là di camicie discutibili o spiagge affollate.

Juan mi avevano detto che faceva innamorare. Io ho preso una cotta estiva, e voglio ricordarmi quel god bless the child col rumore del mare.