Keith Jarrett NAPOLI – 21/05/2015 ( il pianoforte come prolungamento dell’anima)

di Pier Luigi Fuggetta su
pagina della musica

Tutto esaurito e trionfo annunciato al Teatro San Carlo di Napoli, lunedì 18 maggio, per l’unica data italiana di Keith Jarrett in un concerto per piano solo. L’artista ha festeggiato da poco il suo settantesimo compleanno (l’8 maggio). Per l’occasione, la Ecm Records ha pubblicato due suoi nuovi dischi: uno di jazz intitolato “Creation” e l’altro, di classica, con musiche di Barber, Bartók e dello stesso Jarrett.

Il concerto di Napoli è stato di due set di circa un ora l’uno, in cui quell’omino gracile ma dalla potenza spirituale immensa ha alternato brani intimisti e lirici con pezzi dalla cadenza free jazz, virando verso il blues e una fuga di Bach.

Rientrato dopo la pausa del primo set, chiede al pubblico “non fotografatemi, fatemelo come regalo di compleanno”. Dopo il terzo brano (dolcissimo) improvvisamente va via. Il pubblico è perplesso, sul palco arriva il suo manager a tranquillizzare tutti: “è andato in bagno”, precisa. Torna Jarrett ed esegue altri quattro brani. A questo punto il concerto è ufficialmente finito. Dopo scroscianti applausi, Jarrett torna sul palco e concede ben quattro bis.

Il pubblico in visibilio, rispettoso delle raccomandazioni del pianista di Allentown, dopo 2 ore e 20 di pura improvvisazione, lascia così il teatro, appagato e felice. Ancora una volta, Keith Jarrett è riuscito nel “miracolo” di descrivere, coi suoni usciti dal suo Steinway 440 gran coda, “un arcobaleno dopo il temporale”, “la fine di un amore” e “il sorriso di un bambino”, dipingendo con una tavolozza di colori, con i suoi silenzi e le sue pause, il ritmo pulsante dell’universo.

Tecnica eccezionale, fraseggio e armonia da gran maestro.
È jazz? È classica? No: è Keith Jarrett.

Keith Jarrett a Napoli (recensione che ho scritto per debaser qualche anno fa)

Keith Jarrett: Napoli, San Carlo 18.05.09

Di breisen

Copertina di Keith Jarrett Napoli, San Carlo 18.05.09

Ci sono teatri vicino al mare. Ci sono persone vicino al mare che lo guardano con sguardo fisso, senza un perchè. Ci sono serate dove vorresti tuffarti nelle note, provare a fare due bracciate e vedere se riesci ad andare al largo. Quella sera non la ricordo più. Mi sembra fosse un lunedì, ma non importa il secolo, l’anno, non importa il tempo. Mi hanno ritrovato vagare per i vicoli di Napoli con aria stravolta. Con l’aria di chi aveva il mare dentro agli occhi. Ma io lo sapevo che quello non era il mare…. perchè le emozioni amano nascondersi dietro alle lacrime, non diventano mare.

Nella mia testa ho dei flash… delle voci,dei sussurri, che mi fanno tremare, come fantasmi. Ricordo di un teatro strapieno, di una entrata trionfale tra gli applausi. Lo vedo: è un omino piccolo, o forse era il pianoforte che era più grande di lui. E a un certo punto erano una cosa sola, un magma che emetteva suonivocicolorisilenzipauseechi di dodecafoniabluesmelodie mai udite da noi mortali. Ma io quell’omino lo conosco,l’ho seguito a Venezia, a Milano a Roma. Si, ha un’aria conosciuta….

Me l’avevano detto: “non andare, rischi di perderti, di non ritrovarti più“. Non avevo creduto che sarebbe potuto succedere.

Il primo seme musicale sembra un omaggio a Napoli, si capisce che il rumore della città è stato rinchiuso in uno spartito, ma forse è solo la suggestione a prendere il sopravvento. Poi parte un blues. Poi una melodia. No, non è una melodia, è il mare che sta invadendo il San Carlo. E’ una musica che fa tremare gli animi, che scuote i fantasmi, che sommerge qualunque pensiero. E’ una musica che forse sta cercando di uscire dal teatro per raggiungere il mare. Alla fine del primo set il concerto potrebbe finire, perché è già stato detto tutto.

La perfezione taglia l’aria. Capiamo tutti di essere in una prigione dalla quale non vogliamo più uscire. Il teatro è lontano mille miglia da tutto ciò che è terreno. Quelle melodie non possono che inchiodarci a una notte che nessuno potrà più dimenticare. Come i pazzi, che hanno in testa cose che le persone normali non comprendono, come i pazzi siamo invasi da note che ci faranno soffrire per il resto della vita. Il secondo set riparte in modo turbolento. Quell’omino sta scandagliando il fondale del pianoforte, scuote le parti in legno dentro al piano, come se non gli bastassero i tasti.

Il mare sale, la gente affoga nelle note e rimane in apnea. Gente incravattata si guarda intorno ma non riesce a vedere più il palco, si sente solo una musica celestiale venire da lontano. Me li ricordo gli sguardi in apnea durante i 5 bis: da Billie Holiday a Over the Rainbow, e lo scroscio ininterrotto degli applausi. Ma io c’ero, eravamo tutti sommersi dal mare, quegli applausi erano scherzi di fantasmi spuntati fuori da chissà quale epoca del jazz.

La gente del San Carlo era sotto un incantesimo, credeva di udire e di vedere un concerto, ma in realtà nulla di quello che stava accadendo aveva attinenza con la realtà.

La fine. L’ultima nota di Over the rainbow. Il San Carlo vuoto. Lui che esce dal palco. C’è chi giura che il pubblico del San Carlo si sia incamminato lentamente verso il mare. E negli occhi di tutti scendesse una lacrima. Ma io quella lacrima l’ho vista scivolare su un sorriso, e il mare sembrava incredulo davanti a tanta umanità.

L’ultimo ricordo è un tuffo, in un silenzio irreale. Ma chi mi ha trovato nei vicoli di Napoli con aria stravolta ha capito che venivo da una esperienza troppo forte per un essere umano.

L’ho scritto su un foglio a penna, il senso delle voci che sento nella mia testa: Keith Jarrett. L’ho dovuto fare per tornare alla realtà.

P.s: dedicata ad Enzo, Angelo, Gianluigi. E a Primiballi che non conosco personalmente, ma leggo sempre con massima attenzione.

Keith jarrett, alla vigilia di Napoli

“Suonare è un atto estre­mo, voglio trascendere le possibilità fi­siche del mio piano, voglio che suoni come una voce umana, come una chi­tarra, come un uccellino. Per questo amo tanto la musica del vostro Ferruc­cio Busoni e soprattutto il secondo con­certo per pianoforte di Béla Bartók: per­ché chiedono al piano più di quanto possa fisicamente dare, quando finisci sei sudato come una bestia. Tento sem­pre di andare oltre. Le note mi arriva­no come un vapore sottile, come vapo­re acqueo. E io cerco di coglierne la for­ma prima che svaniscano nell’aria” (k.jarrett)

Alla vigilia del concerto del Teatro San Carlo di Napoli (18 maggio)

Il mare – 18/5/2009 -Napoli- Keith Jarrett

Ci sono teatri vicino al mare. Ci sono persone vicino al mare che lo guardano con sguardo fisso, senza un perchè. Ci sono serate dove vorresti tuffarti nelle note, provare a fare due bracciate e vedere se riesci ad andare al largo. Quella sera non la ricordo più. Mi sembra fosse un lunedì, ma non importa il secolo, l’anno, non importa il tempo. Mi hanno ritrovato vagare per i vicoli di Napoli con aria stravolta. Con l’aria di chi aveva il mare dentro agli occhi. Ma io lo sapevo che quello non era il mare….perchè le emozioni amano nascondersi dietro alle lacrime, non diventano mare.

Nella mia testa ho dei flash…delle voci,dei sussurri, che mi fanno tremare, come fantasmi. Ricordo di un teatro strapieno, di una entrata trionfale tra gli applausi. Lo vedo : è un omino piccolo, o forse era il pianoforte che era più grande di lui. E a un certo punto erano una cosa sola, un magma che emetteva suoni, voci, colori, silenzi, pause, echi di dodecafonia, blues, melodie mai udite da noi mortali. Ma io quell’omino lo conosco,l’ho seguito a Venezia, a Milano a Roma. Si ha un’aria conosciuta….
Me l’avevano detto: “non andare, rischi di perderti, di non ritrovarti più”. Non avevo creduto che sarebbe potuto succedere.
Il primo seme musicale è un omaggio a Napoli, si capisce che il rumore della città è stato rinchiuso in uno spartito, ma forse è solo la suggestione a prendere il sopravvento. Poi parte un blues. Poi una melodia. No, non è una melodia, è il mare che sta invadendo il San Carlo. E’ una musica che fa tremare gli animi, che scuote i fantasmi, che sommerge qualunque pensiero. E’ una musica che forse sta cercando di uscire dal teatro per raggiungere il mare. Alla fine del primo set il concerto potrebbe finire, perché è già stato detto tutto.
La perfezione taglia l’aria. Capiamo tutti di essere in una prigione dalla quale non vogliamo più uscire. Il teatro è lontano mille miglia da tutto ciò che è terreno. Quelle melodie non possono che inchiodarci a una notte che nessuno potrà più dimenticare. Come i pazzi, che hanno in testa cose che le persone normali non comprendono, come i pazzi siamo invasi da note che ci faranno soffrire per il resto della vita. Il secondo set riparte in modo turbolento. Quell’omino sta scandagliando il fondale del pianoforte, scuote le parti in legno dentro al piano, come se non gli bastassero i tasti.
Il mare sale, la gente affoga nelle note e rimane in apnea. Gente incravattata si guarda intorno ma non riesce a vedere più il palco, si sente solo una musica celestiale venire da lontano. Me li ricordo gli sguardi in apnea durante i 5 bis: da Billie Holiday a Over the Rainbow, e lo scroscio ininterrotto degli applausi. Ma io c’ero, eravamo tutti sommersi dal mare, quegli applausi erano scherzi di fantasmi spuntati fuori da chissà quale epoca del jazz.
La gente del San Carlo era sotto un incantesimo, credeva di udire e di vedere un concerto, ma in realtà nulla di quello che stava accadendo aveva attinenza con la realtà.
La fine.  L’ultima nota di Over the rainbow. Il San Carlo vuoto. Lui che esce dal palco. C’è chi giura che il pubblico del San Carlo si sia incamminato lentamente verso il mare. E negli occhi di tutti scendesse una lacrima. Ma io quella lacrima l’ho vista scivolare su un sorriso, e il mare sembrava incredulo davanti a tanta umanità.
L’ultimo ricordo è un tuffo, in un silenzio irreale.  Ma chi mi ha trovato nei vicoli di Napoli con aria stravolta ha capito che venivo da una esperienza troppo forte per un essere umano.
L’ho scritto su un foglio a penna, il senso delle voci che sento nella mia testa: Keith Jarrett. L’ho dovuto fare per tornare alla realtà.

Keith Jarrett Napoli dal “Tempo”

….una nota, una sola. Ma lui non può tollerare di averla sbagliata, e ricomincia da capo. Il brano è uno struggente standard sentimentale chiesto in prestito a Billie Holiday: tra le dita di Jarrett, “I’m a fool to want you” rinasce lì come un miracolo generato dal dio della musica, una folgorazione assoluta. A quel punto, dopo due ore di performance, il San Carlo rossiniano non vorrebbe più farlo andar via, e Keith stesso pare, a decifrare la sua ombrosa mimica, felice di essere lì, ispirato, illuminato come non sempre gli accade

…partito a caccia di un “cluster”, di un grappolo di note vagamente free jazz, si è fermato di colpo dopo dieci minuti, come centrato al cuore da una freccia: lì ha attaccato un meditativo che era una ballad perfetta, celestiale, che ti costringeva a chiederti se non stesse imbrogliando, se quella composizione non esistesse già da qualche parte. Niente, lui la stava inventando in quel momento, e così ha continuato, tra furore sensuale e lirismo post-romantico, tra i fantasmi appena vagheggiati di Bach o Duke Ellington. Che di sicuro erano lì ad ascoltare quel suo esorcismo immateriale e travolgente. A un certo punto, travolto dagli applausi dopo una song maestosa, ha chiesto al pubblico di omaggiare non lui, ma quel demone di corde e tasti che nelle sue mani rinnovava il duello tra genio e possessione