Gli scarti della “Grande Bellezza” nasce un corto d’autore

Piero Messina, assistente alla regia di Paolo Sorrentino, ha realizzato un corto con le immagini mai montate nel film premio Oscar. Il lavoro, al quale presta la voce lo stesso Sorrentino, è stato commissionato da Giorgio…

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La migliore recensione de “La grande bellezza”

di suononuos su debaser

Premetto che questa recensione sarà piena di spoiler, quindi se non avete visto il film, leggetela a vostro rischio e pericolo. Della “Grande bellezza” se ne è già parlato in lungo e in largo, complice anche la vittoria ai Golden Globes che ne suggellano il successo internazionale. Amato e osannato (specialmente dal pubblico) odiato e distrutto (specialmente dalla critica) questo film è chiaramente destinato ad una vita tormentata. Capolavoro o letame placcato d’oro?Come molto spesso accade, la verità sta nel mezzo. Eppure ciò non basta ad esprimere la vera peculiarità di questo film. Perchè se “in medio stat virtus”, questa volta persino dentro quel “mezzo” è possibile chiedersi se il bicchiere sia mezzo vuoto o mezzo pieno. E non se ne verrà mai a capo. Non è ilare? Ma lasciamo perdere i facili barocchismi lessicali, che alla ridondanza ci ha già pensato Sorrentino. “La Grande Bellezza”, è bene dirlo subito, è tanto curato stilisticamente quanto povero di sostanza. Il regista, più verboso che mai, mette in scena dei personaggi monodimensionali, delle maschere poste lì con l’unico scopo di essere giudicate dalla tagliente lingua dell’annoiato Jep, o dalla cinepresa dello stesso autore. Come ha già detto qualcuno,persino i dialoghi in questo film sono dei monologhi. Caricature su caricature si avvicendano in scena, ed è inutile stare ad elencarle, perchè manca solo il pizzaiolo napoletano e il gondoliere col mandolino. E attraverso Jep e comprimari, il nostro amato regista parla, giudica, critica. Niente sfugge al suo occhio, e come si addice ad un vero italiano, sputa sentenze su tutto e tutti. Così le bellissime inquadrature, spogliate del loro significante, si riducono a puro artifizio e nient’altro. L’asfissiante visione dell’autore viene puntualmente evidenziata da un copione che amorevolmente si prodiga a prenderci per la manina – come si fa coi bambini o coi ritardati mentali – per guidarci passo passo all’interno del puzzle da lui creato. La sceneggiatura è quindi ricca di dialoghi esplicativi, di bignamini riassuntivi volti a regalare sempre la giusta chiave di lettura dell’opera. Non sia mai che il grande regista venga frainteso! no, Sorrentino è (o si crede) un grande autore, ed è giusto che anche noi deficienti abbiamo la possibilità di capire, senza fallo, il suo punto di vista su ogni singolo aspetto di questa società tanto degradata. Ma il buffo è che “La Grande Bellezza” vive proprio delle cose non dette, degli scorci di vita mostrati, delle scelte registiche. Mi è piaciuto molto il mare nel cielo, la luna che diventa aereo, lo sguardo della ragazza con cui scoperà Jep per la prima volta, messo lì alla fine del film. Perchè si sa, la Figa con la f maiuscola, anche se ti guarda per un secondo, a volte sembra che ti stia svelando il senso dell’universo. Insomma il film funziona fin quando il regista se ne sta un pò muto e ci lascia godere le immagini in santa pace. I problemi nascono quando i personaggi cominciano a parlare. La sceneggiatura è infatti spesso sconclusionata, quando non addirittura fastidiosa. Potrei citare la scena della bambina persa dalla madre, che è stata messa lì semplicemente perchè il suo compito è di dire a Jep che lui “non è nessuno”. Si ok, ma sti cazzi no? cosa succede dopo? a cosa porta quella scena? Potrei citare il finale con la “santa” e i fenicotteri (certo, i fenicotteri) dove la vecchia parla dell’importanza delle radici in un film dove non una volta si fa cenno alla famiglia o alla propria patria come valore (difatti, lo stesso Jep-Sorrentino si dimenticherà di tutto sul finale). Potrei citare Romano che, salutando il suo amico di sempre, ammette di andarsene dalla città perchè “Roma mi ha deluso”. No signor Verdone, Roma non ti ha deluso, è il modo in cui hanno scritto il tuo personaggio che ha deluso me. Cioè, questo se ne va da Roma non appena comincia ad avere un pò di successo dopo una vita di sacrifici, e perchè lo fa? perchè stava con una troia. Ma essendo lui uomo di grande caratura morale e spessore filosofico, non può ammettere che stava con una troia, no, lui se ne deve andare perchè Roma lo ha…Roma lo ha deluso. Si. E il film va avanti, ancora e ancora, tra cose dette troppo e altre dette male, tra facili buonismi e patetici moralismi. Sorrentino, da bravo borghesuccio annoiato quale è, ci presenta un protagonista disincantato che si scaglia contro gli ultimi (l’artista concettuale che sente le “vibrazioni”, la “bambina che fa i milioni”) allo stesso modo che con la “roma da bere”. Ma ci presenta anche un protagonista talmente ridicolo nel suo finto dolore, che nella chiosa finale vien davvero da chiedersi “ma su che cazzo scriverà il suo prossimo libro?”. Difatti l’elevamento spirituale tanto atteso e preannunciato, l’esperienza che il protagonista dovrebbe vivere al fine di ritrovare l’ispirazione letteraria, non si manifesta in nessuna maniera. Forse la scena in cui la “santa” sale le scale soffrendo, dovrebbe dare una lettura della crescita personale di Jep? Forse. Personalmente trovo il parallelismo oltremodo forzato e maldestramente reso. Come tutto il film, d’altronde. Così alla fine apprendiamo che il nostro eroe comincerà a scrivere un nuovo libro, ma non sapremo mai cosa lo ha spinto davvero a farlo. E il motivo per cui non lo sapremo mai è che, a questo punto mi pare lapalissiano, neanche il regista lo sa. Sorrentino ci prova, vuole davvero farci credere che il suo Jep sia arrivato a un punto di svolta (ma quando? dove e perchè?) mentre in realtà non è andato affatto più in là del povero Marcello ne “La Dolce Vita”. La differenza più profonda con il capolavoro di Fellini – perdonatemi se lo scomodo anchio – è che pur nella sua egocentricità, Fellini perlomeno è stato onesto fino alla fine. Sorrentino, al contrario, è finito col venderti del fumo spacciato per arte sublime. E lui lo sa. Oh se lo sa. Dunque perchè non dire che “La Grande Bellezza” è una colata di merda, e chiuderla lì? Perchè sarei poco sincero. La peculiarità del film sta infatti nel suo essere un vero e proprio paradosso trasportato su cellulosa. Perchè dico ciò? presto detto: Il film si regge su una messa in scena sontuosa, inutile negarlo, ma esprime anche il pensiero di un autore mediocre, incapace di dare vita propria ai suoi personaggi. E questo autore mediocre ha messo in scena un personaggio mediocre (Jep) che ha il compito di giudicare la mediocrità della vita mondana. Capite? E’ per questo che finisci per farti convincere se non addirittura conquistare dal risultato, perchè chi meglio di un autore mediocre può parlare della mediocrità? chi meglio di un moralista retorico che punta il dito su tutto e tutti pur non avendo nulla di meglio da dire, può mettere in scena il vuoto dell’esistenza ed essere così credibile? E’ per questo che, paradossalmente, il film è riuscito. E’ un film sincero in almeno un aspetto: in quanto tratta del nulla con un linguaggio che gli si addice. Pretenzioso, barocco, luccicante ma privo di una vera profondità. Vuoto come il nulla, questo film ne è il suo specchio e la sua faccia più sincera. Una dichiarazione d’intenti perfettamente riuscita, dunque. “In fondo è solo un trucco, si, è solo un trucco”.

La grande bruttezza, Sorrentino delude me (parere del tutto personale).

Faccio una premessa: per me Sorrentino è il più grande regista Italiano. Questo film ne conferma le capacità e il talento di fare un “gran film” dal punto di vista “strutturale”. Quello che manca è la sostanza, quello che delude è una sceneggiatura che traballa.
Il film lo dividerei in 4/4, all’inizio affascina con una Roma decadente e imperiale, e con una ripresa dall’alto della “pacchianeria umana romana” a far da contrasto.
Nel secondo quarto il girovagare di servillo in una serie di incontri “umani e strazianti” desta curiosità. Servillo poi recita in modo incredibile, per me meriterebbe almeno il premio di  miglior attore a Cannes.
Nel 3/4, la sceneggiatura si va a far benedire nella fretta di risolvere tutte le storie in maniera parecchio scontata.
L’ultima parte del film (con l’arrivo della “Santa”) sembra posticcia, appiccicata alla fine perchè in fondo Roma è anche la Chiesa. Ma è proprio in quest’ultima parte che comprendi cosa non gira del film: a furia di moralizzare la pacchianeria, il film diventa pacchiano.
Mereghetti sul corriere suggerisce a Sorrentino di lasciar perdere la sceneggiatura. Io non mi permetterei mai di dare un consiglio al regista con il più grande talento “visivo” in Italia. Ma una cosa gliela voglio dire: “A Sorrentì, la tua Roma fa un “culo così” a quella di Allen, ma tieniti l'”altrove” e ridamme “il rigore”.
Con affetto,

Breisen

This Must be the Place (voto 4)

Premessa: adoro tutti i film di Sorrentino. Ma questo no. E’ uno scivolone lampante, dove la trama si sbriciola, e i personaggi si riducono a macchiette senza spessore. Un vero peccato. Volendo fare un paragone è l’equivalente del tentativo di Battisti di fare un disco in inglese (Images).
Allora ( anni 70) Battisti era al culmine della popolarità in Italia e tentò di fare un “prodotto” per il mercato americano, fallendo miseramente.
Alla stessa maniera Sorrentino qui risulta pedante, didascalico, lento (che di solito era un suo punto di forza), e spaesato.

Qui un commento che ritengo appropriato.
Sul piatto Nazismo e Olocausto, dunque, temi non da poco: appena il film cerca di dare sostanza al tormento di Cheyenne, al suo rapporto contrastato col padre, non appena cerca di giustificare questo girovagare della rockstar nel paesaggio americano – che si  cattura nella sua splendida orizzontalità bicolore, magari macchiata da lattee e stentoree nuvole, ché questo è il vero obiettivo del road trip rappresentato – si palesa con grave imbarazzo la sua insincerità e inconsistenza.
Pallida eco visiva di cose già viste. Forma vuota.
http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=3895

“Chi l’ha inventata la vita? Un sadico. Fatto di coca tagliata malissimo“

“Hanno tutti ragione” è il primo romanzo del regista Paolo Sorrentino. La storia raccontata inizia a cavallo tra il 1979 e il 1980. Il protagonista è Tony Pagoda un cantante melodico napoletano che ritorna dall’America a Napoli, dopo anni. Ha un passato interessante e carico di ricordi che racconta nella prima parte del libro. Ricordi di adolescenza, gli amici di sempre, l’amore per Beatrice, l’unica donna che abbia davvero amato. Tony è un essere umano cinico, cattivo. Ma di una cattiveria intelligente, se così si può dire. Intelligente, meschina e quasi inevitabile. Una cattiveria che rende noi umani, costantemente vittime e carnefici. Lui stesso ci pensa spesso a questa cattiveria, ne parla senza pudore, entrandoci dentro, capendola appieno e quasi elogiandola.

Quanto cazzo è vero che ogni uomo ha il suo dolore. Tutti anche l’ultimo merdoso foruncolo al crepuscolo di uomo ha il suo dolore e ci sarebbe materiale sufficiente per rispettarlo. Ti viene voglia di rispettarli tutti quanti gli uomini quando ti raccontano cose così. Ma poi non ci riesci, perché perlopiù, la cattiveria ti assale negli angoli sempre liberi, come l’aspirapolvere, come un tartaro strafatto di cocaina, la cattiveria ti rende agguati notturni al cuore, fa razzia di te, ti stupra e ti violenta e si porta via i soprammobili del tuo corpo lasciandoti con un altro po’ di vuoto, un po’ più in là il vuoto, questa volta, contaminato con i sensi di colpa

Vive solo di musica, Tony. Di donne, di sesso, di cocaina. Non riesce a vivere senza, eppure sa gestirla benissimo. Non sopporta nulla e nessuno. Detesta le persone che girano in tuta da ginnastica o piuttosto le cittadine del centro Italia, che si trova a conoscere così bene per via delle tournee che fanno parte del suo lavoro. Cittadine che hanno apparentemente una vita linda che lo infastidisce e si ritrova a riflettere su Napoli, regalando alla città parole bellissime.

Solo la mia città ha ancora un minimo senso con quell’apertura alata a mare, sterminata. Ti dà la sensazione che se vuoi puoi fuggire. Poi non fuggi mai“ Credo che siano parole che solo chi è nato a Napoli può comprendere sul serio. Quel senso di soffocamento e libertà che la mia città, da sempre, ti fa sentire. Una volta tornato in Italia, Tony si ritrova a gestire il rapporto con la moglie che chiederà il divorzio, spiazzandolo completamente. Decide di lasciare di nuovo l’Italia e parte per il Brasile. Lascia la musica per circa venti anni e si trasferisce a Manaus, dove coltiverà l’ossessione per gli scarafaggi e per l’umidità. Arriva il 1999 e un onorevole italiano lo raggiunge e lo invita a ritornare in Italia e alla musica, chiedendogli di cantare a casa sua, per la notte di capodanno che vedrà l’avvento del nuovo millennio. Tony accetta. Si trasferisce a Roma e lavorerà con Fabio. Lì passerà gli ultimi anni della sua vita e gli ultimi pensieri sono affidati a un Tony settantaseienne che si ritrova in un lungo tramonto romano a sognare i suoi genitori e a pensare all’unica donna amata, Beatrice.

Il libro è tutto raccontato in prima persona e Tony snocciola, continuamente, una serie di verità, che il lettore non può non apprezzare. Come quando dà, ad esempio, una definizione stupenda e cinica della vita. “Chi l’ha inventata la vita? Un sadico. Fatto di coca tagliata malissimo“ Andrebbe letto tutto d’un fiato, questo libro. Con accanto un taccuino dove segnare pagine, parole, intere frasi. Troppe verità amare, ci racconta Sorrentino. Troppi sorrisi disillusi riesce a strappare. Sorrisi che diventano ghigni e poi attenzione totale e poi pensieri che diventano corpo, dopo aver letto le idee e la schiettezza del protagonista. E’ il suo primo romanzo. E gli è riuscito da Dio. “Hanno tutti ragione“ si appresta a diventare il libro dell’anno. Da leggere.