Stoker (primo thriller americano del regista coreano Park Chan-wook)

Marco Giusti per Dagospia

Da recuperare subito. Anche se i critici lo hanno un po’ maltrattato e visto come un film non troppo riuscito, non fidatevi. Infatti, in mezzo a una marea di offerte estive composte soprattutto da noiosissimi film da festival, “Stoker”, primo thriller americano del regista coreano Park Chan-wook, autore della celebre e sanguinolente trilogia della vendetta, e ultimo film prodotto da Tony Scott per la Scott Free, prima che si buttasse dal ponte con un ancora inspiegabile suicidio, è una specie e affascinante studio sul male all’interno di una famiglia e su certi e complessi meccanismi hithcockiani.

Non vi fissate solo sul titolo, che rimanda certo al “Dracula il vampiro” di Bram Stoker, meglio fissarsi, semmai, su “L’ombra del dubbio” di Alfred Hitchcock, dal quale viene ripreso il personaggio dello zio Charlie, lo psicopatico fascinoso e fischiettante di Joseph Cotten, qui rilanciato dal notevolissimo attore inglese Matthew Goode (“Watchmen”), o su quello che accade tra i personaggi quando si parlano fra loro sulle scale stabilendo come un ordine gerarchico a seconda di quale gradino occupino.

Fissatevi anche sulla bionda Nicole Kidman, personaggio alla Grace Kelly o Tippi Hedren, che viene stravolta e umiliata dal film dall’arrivo della più complessa figliola India, la solita meravigliosa Mia Wasikowska, solo quest’anno passerà dai set vampireschi di Jim Jarmusch a quelli di David Cronenberg e Todd Haynes, che dilaga dall’inizio alla fine, anche se alla Kidman sono riservate due grandissime scene finale dove finalmente illumina la scena.

 

Non so quanto Park Chan-wook sia interessato alla storia che racconta, certo lui e il suo direttore della fotografia, Chung Chung Hoon, sono molto interessati a costruire inquadrature e raccordi di scena di totale invenzione, a seguire i percorsi di India con movimenti di macchina talmente complessi che ti fanno venire da subito voglia di rivedere il film, a costruire ragnatele di situazioni legate fra loro solo dal montaggio e da intuizioni visive. Raro vedere un film così intelligente e affascinante, anche se spesso al di là della storia che racconta.

La sceneggiatura, scritta da un attore, Wentworth Miller, si apre nel giorno del diciottesimo compleanno di India, complessa figlia di una coppia del sud, siamo nel Tennesse, composta da Dermot Mulroney e Nicole Kidman, che non vanno più d’accordo da tempo. India è viziata dal padre, che la porta a caccia e le regala, ogni anno, un paio di scarpe bicolori. Quest’anno, però, le ha regalato una chiave. Che dovrebbe aprire qualche misterioso cassetto.

 

Lo stesso giorno del suo compleanno, il padre muore misteriosamente in macchina, e appare lo zio Charlie, che né lei né la madre hanno mai visto prima. Lo zio Charlie avvolge con la sua presenza fascinosa le due donne, anche se, mentre la mamma ci casca immediatamente, India rimane guardinga sul personaggio e sulla sua ambigua simpatia. Intanto iniziano a scomparire le persone di casa.

La vecchia domestica, ad esempio. Poi la zia Jean, che è venuta a avvisare la famiglia di quanto sia pericoloso Charlie. Tutto ruota attorno al personaggio di India, che, come il ragno che seguita a muoversi sul suo corpo, è sia preda che predatrice. Ovvio che India scoprirà i segreti nascosti nel cassetto del padre e scoprirà chi sia lo zio Charlie, ma scoprirà anche chi è lei.

Thriller ben scritto, anche se forse non proprio adattissimo a un regista così lontano da Hollywood come Park Chan-wook, “Stoker” sembra spesso un’operazione di studio sul thriller che non un thriller vero e proprio, ma vanta attori di grande spessore, non solo i tre protagonisti, c’è anche l’australiana (come la Kidman e la Wasikosza) Jackie Weaver di Zia Jean, che abbiamo visto da poco in “Il lato positivo” e “Animal Kingdom”.

C’è pure, in un piccolo ruolo, Harmony Korine solo per raccontare la stravaganza dell’operazione. Vanta una colonna musicale da urlo, che mischia “Il Trovatore” di Verdi a un pezzo inedito di Philip Glass a brani di Nancy Sinatra, Emily Wells e alla collaborazione di Clint Mansell del gruppo Pop Will Eat Itself. Stravaganti, vedere per credere, i titoli di testa e di coda, che passano all’incontrario, cioè dall’alto verso il basso. In America è stato un fiasco. Ovvio. Già in sala.

Fonte:

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/articolo-58632.htm