keith jarrett, ANSWER ME, MY LOVE ( di Angelo Ghidotti)

Clamorosa recensione del concerto di Jarrett a Milano…

Keith Jarrett Trio, Milano, Teatro Arcimboldi, 21 luglio 2011 Ero tornato da Juan les Pins piuttosto deluso. Il concerto alla Pinede Gould quest’anno era sembrato – a me e agli amici di sempre – fiacco e impreciso. Stanno invecchiando, ci siamo detti. Non lo seguiremo ancora per molto, ci siamo ripetuti. L’amarezza è stata addolcita solo dal secondo e terzo giro di crepes della serata. Poi, da Napoli due giorni dopo Enzo mi racconta di un San Carlo in estasi. Vuoi vedere che invece. E allora, a Milano ci vado con molti dubbi ma qualche attesa. Anche perché non ho mai messo piede agli Arcimboldi. Alla fine di un pomeriggio inondato di luce attraverso Milano già un po’ in vacanza per atterrare all’Harry’s bar fuori dalla biglietteria, dove l’ultimo tavolino di fuori l’ha appena preso Manfred Eicher con la sua chioma bianca e fluente nonostante i quasi settanta’anni. E’ un po’ straniante un teatro così europeo nel borgo di Greco, mi sembra di essere all’Auditori di Barcellona o alla Philarmonie di Berlino. Molto bello, fuori e dentro. Sono nella galleria alta, il palco è un po’ lontano, effetto terzo anello di San Siro, ma si sente benissimo. Jarrett – camicia rossa rossa – Gary e Jack entrano alle nove e un quarto. La sala non è proprio piena. Attacca con una bella versione di All of you. Bene, sembra tonico, ci diciamo. Poi, Summertime, che aveva già fatto a Juan, ma con tutt’altro piglio. Ehi, sembra serata. Continua con Stars fell in Alabama – pezzo con non riconosco mai se non mi aiuta Giangi -, poi un pezzo blues che non identifichiamo, e finisce il primo set con I’gonna laugh you right out of my life. Applausi convinti. La solita batteria un po’ invadente di De Johnette e il basso di Peacock che ormai è un po’ evanescente – ma Jarrett è in forma. Energico, scattante, suona in piedi e si contorce come ai bei tempi, piazza delle scale a velocità stellare e poi fa cantare il piano. E’ un piacere aspettare il secondo tempo, stasera. Anche perché poi riesco a infilarmi in platea, quinta o sesta fila, dove Enzo mi segnala qualche posto libero. Si riparte con una interlocutoria Life is just a bowl of cherries, giusto per mescolare le carte. Seguita poi da una meravigliosa, emozionante Answer me my love, suonata con una delicatezza e ricchezza di sfumature e un tocco sublime che mi commuovono. E infatti, alla fine del pezzo l’applauso non finisce più. Segue Solar, con un lungo assolo un po’ esitante all’inizio di Jack, e poi una straordinaria versione di When will the blues leave, così diversa da tutto il resto della serata, quasi free nella sua libertà, trascinante e selvaggia. Gary si trasfigura e va in estasi nel corso del pezzo. Difficile riprendersi dopo. Ci vuole qualcosa di un po’ leggero. Tennessee Waltz è perfetta, certo non per quelli che l’hanno sentita cinquanta volte, ma la sala apprezza. I tre vecchietti si alzano, ringraziano il pubblico osannante e escono. Nonostante molti flash, ritornano in scena più volte finche non si risiedono, prima per la classica Things ain’t what they used to be, e una seconda volta. Noi pensiamo che ovviamente faranno la solita chiusura con When I fall in love, ma Jarrett decide di deliziarci con Once upon a time. Puro piacere. La gente si alza in piedi. Applaude, pesta i piedi, urla, fischia. Fotografa. Jarrett non fa una piega. Un ultimo inchino poi si accendono le luci. Sono le undici e venti. Steve appare sul palco, con una barba bianca incolta, ci dice che Jarrett stasera non riceve nessuno perché l’aeroporto sta per chiudere. ‘Please, tell him it has been a wonderful one’. ‘Ok, see you in Spain’. Nei sei concerti di questa tournèe estiva – Copenhagen, Strasburgo, Parigi, Juan, Napoli, Milano – ha suonato pezzi sempre diferenti. La sua memoria musicale è mostruosa. Vedo facce sorridenti, sorprese, ‘ma che bello!’ qualcuno dei neofiti mi dice ‘ma di solito non fa lo stronzo?’, Enzo è raggiante come me, amici arrivano per dire la loro soddisfazione, ‘ è la prima volta che lo sento, sono strabiliato!’, Giangi fa come al solito il purista – ‘se non avesse fatto quella versione di When will the blues sarebbe stato un concerto inutile, vuoi mettere i concerti degli anni ’80, per esempio Den Haag dell’86…’. Lo perdoniamo. Ha sentito 120 concerti di Jarrett. Può permetterselo. Ma poi che bello rimanere lì fino a tardi davanti al teatro a capire che non c’è nessuno in giro come lui, che la nostra passione non è finita. Che dopodomani c’è Barcellona e non ci andiamo solo per le tapas del Bilbao Berria. Dietro di noi, Stefano Bollani commenta il concerto. Non sentiamo cosa dice. Sono andato nell’ultimo mese tre volte a sentirlo, in solo, in trio, in chiacchiere musicali. Bravo, niente da dire, divertente, istrionico. Curiosità, anche attesa, vediamo cosa vuol fare. Affetto, è italiano. Ammirazione, la tecnica è straordinaria. Ma l’amore è un’altra cosa.

— Setlist

All of you

Summertime

Stars fell in alabama

Blues?

I’gonna laugh you right out of my life

Life is just a bowl of cherries

Answer me my love

Solar

When will the blues leave

Tennessee waltz

Things ain’t what they used to be

Once upon a time

Keith Jarrett trio, Firenze 13 Luglio 2009

Parto alle 17 e 40 da Roma e mi chiedo cosa mi spinga a vedere l’ennesimo concerto di Jarrett in Trio. L’ultima volta a Roma avevano fatto una prima parte “free” molto discutibile, e un secondo tempo spettacolare. Ma nella mia idea di Jarrett, il Trio risulta a volte meno intenso di un “jarrett in Solo”.

Arrivo al Teatro Comunale giusto in tempo per fare 4 chiacchere con un gruppo di esaltati (sono gli unici a capire la mia tensione) che glorificano Jarrett intorno al mondo. Loro sono stati in Giappone, negli Stati Uniti, Londra, e adesso sono qui. Altro che 12esimo concerto…come me. Loro lo seguono dall’80, hanno visto oltre 100 concerti, erano con me a piangere a Napoli.

Il concerto mi ha colpito molto perchè ha avuto un primo set di 4 pezzi, dei quali i primi 3 da brividi. Io dalla mia comoda poltrona in seconda fila, oltre ad ascoltare la musica, guardavo i gesti, l’intesa, la grandezza che si respirava a un metro dal mio naso.

Il secondo pezzo è stato un autentico capolavoro, con un Jarrett indemoniato che ha datto tanto, forse troppo per sperare che tutto il concerto si mantenesse su quei livelli. A un certo punto Jarrett si è avvicinato al microfono è ha detto:”this is the Art(hell) of Trio“.

Mai frase così banale poteva essere più calzante in quel momento.

Il secondo set è stato più accademico, ma con tre bis nel finale che hanno fatto comprendere di essere davanti a un evento più che unico.

Seguo Jarrett abbastanza ossessivamente negli ultimi anni. L’uno-due Napoli-Firenze per la mia vita musicale, per la mia vita in generale, rappresenta qualcosa di unico.

E’ come un sogno che si realizza: vedere un concerto che, per un insieme di motivi, risulta perfetto (suono, tecnica, pubblico, teatro, contesto musicale).

Dopo l’esibizione mi sono reso conto che su quel palco era passato, per un attimo, il jazz, quello leggendario, che non morirà mai.

Poi una pizza col manager e il tecnico del suono di Jarrett. Ho scherzato sul nome “Emma”, ho scherzato con loro chiedendo se volessero un biglietto per Berlino, e come i bambini impertinenti mi sono fatto fare un autografo.

Erano le 2….alle 5 la sveglia, treno alle 5 e 50. E ora a Roma.

E quelle note ossessive, di chi il jazz l’ha vissuto, l’ha capito, e lo sa interpretare come nessun altro.

Cosa non si fa per il jazz…

6 cd : Jarrett Trio

Mi sono arrivati ieri, penso che non uscirò più di casa.

I sei cd del Blue Note, oltre a rappresentare una storica testimonianza, sono anche un miracolo musicale. Il trio per antonomasia degli ultimi trent’anni, si ritrova per tre sere consecutive nel giugno del ’94 in un locale cult di New York. I “velli” immolati a questa causa sono gli Standard, ovvero il Vecchio e il Nuovo Testamento del jazz. La scelta dei singoli pezzi conduce a continui rimandi… Miles, Bird, Bill, Ella, Billie, Thelonious, Duke, Sonny, Chet, persino Frank Sinatra!

1) é sicuramente la più bella musica per piano trio degli ultimi trent’anni (almeno);

2) é nutrimento per mente e spirito;

3) non ha data di scadenza! Lo ascolterete tutta la vita, garantito!

recensione tratta da debaser